domenica 11 novembre 2007

sabato 10 novembre 2007

La democrazia percepita dai cittadini si misura sulla qualità dei servizi pubblici

Difficile dire quanto abbia pesato sull’affluenza alle primarie la volontà diffusa tra la gente di dare un segno di discontinuità dalla politica dei partiti della sinistra.
Tanto i partiti costituenti hanno avuto il merito di far risorgere e sviluppare l’Italia repubblicana, quanto la loro involuzione è stata inesorabile negli ultimi decenni fino a farli apparire negativi agli occhi dei più, nella così detta fase della “Seconda Repubblica” che in effetti non si è mai compiutamente delineata.
Difficile contestare affermazioni come quelle del Presidente di Confidustria quando, in modo “apodittico” ma non lontano dal vero, sostiene che il Paese è stato non governato per oltre dieci anni sia dal centro destra che dal centro sinistra, anche se Egli forse dimentica che l’adesione all’euro resta un traguardo essenziale per il paese e questo è stato voluto e raggiunto da un governo di centro sinistra.
I costituenti del partito democratico certo vogliono una nuova politica, si dice una bella politica, che per questo deve essere corretta nei rapporti interni e con le altre forze politiche , aperta al confronto, mai aggressiva, educativa nel dibattito e nel contraddittorio.
Un paese distribuito in maniera pressoché equivalente tra i due schieramenti partitici richiede il confronto e la condivisione di “un qualcosa” che lo unifichi e lo rappresenti. Costruire un paese europeo, affine ai cinque paesi che con l’Italia dettero vita alla Comunità, può essere l’obiettivo concreto di coesione; può sembrare banale, ma non è così.
Ci sono infatti aspetti e livelli diversi di coesione europea: alcuni sono più impegnativi per i loro contenuti ideologici come la famiglia, la giustizia , l’informazione, ma ci sono tantissimi aspetti e livelli di coesione europea che sono oggettivi, non ideologici, molto pratici che interagiscono ogni giorno con la vita del cittadino. Mi riferisco alla sicurezza ed all’universo dei servizi. La qualità dell’aria, delle acque, la funzionalità e la sicurezza della mobilità, l’efficacia della sanità, l’efficienza dell’istruzione pubblica, la fruibilità degli sportelli della pubblica amministrazione non sono ne di centro destra ne di centro sinistra, ma sono i parametri della qualità della vita; rappresentano i servizi erogati dallo stato ed i grandi flussi della spesa pubblica per i quali i cittadini pagano le tasse.
Sotto una certa soglia le carenze dei pubblici servizi rappresentano un potente incentivo all’evasione fiscale.
Quale allora la sfida che attende il PD per questi aspetti così pratici e concreti?
La sfida trasversale, per un partito che dichiara di nascere con una vocazione maggioritaria nel paese, è la cultura teorica e pratica dell’amministrazione che dovrà mettere in pratica quando sarà maggioranza di governo.
Fare della pubblica amministrazione un comparto moderno ed efficiente capace di programmare, progettare, realizzare e gestire le riforme per rendere la democrazia concreta e percepibile da tutti i cittadini.
La cultura dell’amministrazione è stata per troppo tempo sottovalutata, ritenuta da addetti ai lavori ed il paese, nei decenni, ha subito costi elevati e bassa qualità, sperperi e degrado. È per questo che i governi dopo pochi mesi dalle elezioni subiscono rovesci nel gradimento da parte di quelli stessi elettori che li avevano premiati. Oggi ogni governo non è in grado di mantenere ciò che promette perché non possiede gli strumenti e le competenze per garantire alla macchina statale le performance che gli sono proprie.
La sfida dunque è: costruire una cultura dell’efficienza dell’efficacia dell’economicità nel PD che poi sappia essere pratica di governo e possa essere percepita dai cittadini.

Ing. Pietro Marini

venerdì 9 novembre 2007

E' possibile imparare democrazia?

Gustavo Zagrebelsky, presidente emerito della Corte costituzionale, medita a lungo sull'interrogativo. E conclude:
"Pensando e ripensando non trovo altro fondamento della democrazia che questo: il rispetto di sé. La democrazia è l'unica forma di reggimento politico che rispetta la mia dignità, mi riconosce capace di discutere e decidere sulla mia vita pubblica. Tutti gli altri reggimenti non mi prestano questo riconoscimento, mi considerano indegno di autonomia fuori della cerchia delle mie relazioni puramente private e familiari. La democrazia è, tra tutti, l'unico regime che si basa sulla mia dignità in questa sfera più ampia... Essere democratici vuol dire assumere nella propria condotta la democrazia come ideale, come virtù da onorare e tradurre in pratica".

mercoledì 7 novembre 2007

Spigolature


Prima di tutti vennero a prendere gli zingari e fui contento perchè rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto perchè mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere i comunisti ed io non dissi niente perchè non ero comunista.
Un giorno vennero a prendermi e non c'era rimasto nessuno a protestare.
(Bertold Brecht)

La Livorno che vorrei


Gli articoli di Mario Lancisi su Livorno che cambia hanno fornito tanti spunti per aggiornare l’idea che abbiamo della nostra città e dei suoi problemi.
Un quadro mosso, fluido, aperto.
Ci sono gli effetti devastanti della competizione internazionale su quello che resta dell’industria, ma anche le nuove opportunità della cantieristica da diporto, le carenze strutturali del nostro porto, i ritardi nelle strategie della logistica toscana, ma anche le nuove occasioni date dai rapporti commerciali con nuove aree del mondo.
I nuovi manager dell’industria hi-tech che collaborano con la Nasa e quelli dei servizi che si sentono a loro agio più nello scenario internazionale che in quello locale, ma anche la pesantezza dei problemi dell’occupazione e della precarietà, le sofferenze economiche delle famiglie alle prese con bassi salari, mutui e affitti, il carico ambientale della produzione energetica, il degrado del centro urbano, e, per ultimo, anche l’acutizzarsi delle conseguenze dell’immigrazione.
La città appare frastornata, talvolta stanca e ripiegata su se stessa. Le sue tradizioni sono ridotte spesso a folklore, piuttosto che rappresentare una importante riserva di memoria storica.
Una città adolescente, che non vuole crescere, come ha sintetizzato Mons. Abbondi, che l’ama e l’ha capita come pochi altri.
Eppure non mancano davvero le energie che scaturiscono dal volontariato, dal pullulare di forme espressive artistiche e culturali giovanili, le intelligenze che brillano e che trovi in giro in ogni parte del mondo, dove le porta la ricerca dell’eccellenza e lo sviluppo della professione.
Di che cosa ha bisogno allora Livorno per uscire in piedi da questo passaggio stretto, nonostante le occasioni perse (che il prof. Paoli efficacemente ha ricordato) e il crescente isolamento dal contesto regionale, nazionale ed internazionale?
Ha bisogno di una nuova visione politica, di un’idea più moderna della città e del suo ruolo e la capacità di costruire, su di essa, un ampio consenso.
Credo, non da ora, nell’importanza di un nuovo soggetto politico come il Partito Democratico, perché penso e spero serva anche a Livorno, come in Toscana e in Italia, a far emergere una moderna, indispensabile “politica delle cose”, una politica seria, competente e lungimirante, capace di accompagnarci nel nuovo percorso. E’ la voglia di sfidare il cambiamento, salvaguardando il meglio della propria storia, l’unica vera forza che può prevalere su polemiche sterili e nuove paure. Ma questa condizione non si realizza senza una vera, ampia, continua discussione nelle sedi istituzionali e non solo. Troppe volte la convenienza a breve termine, nella nostra città, porta a tacere, a non esporsi, a preferire il rituale e facile scontro ideologico al proficuo confronto politico, a sprofondare ogni stimolo e ogni sollecitazione nel sospetto, nel dileggio e nell’indifferenza.
Aiuterebbero iniziative straordinarie, non è il momento della normale amministrazione.
Penso a passaggi che altre città (da Torino a Roma, a Genova solo qualche giorno fa con una conferenza su porto e città, preparata benissimo dalla neoeletta sindaca Marta Vincenzi), hanno sperimentato in momenti cruciali del loro sviluppo, chiamandole di volta in volta “Stati generali della Città” o più modestamente “Conferenza economica cittadina”.
Fate voi, l’importante è che il confronto politico coinvolga tutti, voli alto, guardi ai cambiamenti del mondo, esca dalla chiacchiera e si misuri su numeri, dati, progetti, scelte . Se non ha paura di discutere, Livorno ce la farà..
Claudio Frontera
costituente regionale

martedì 6 novembre 2007

E' MORTO ENZO BIAGI

Il garante della stanza accanto

Sandra Bonsanti, 06-11-2007
La Biografia // Addio, Enzo Biagi // “Vedrai” mi diceva sicuro il mio compagno Giovanni che di libertà molto aveva studiato e molto sapeva “vedrai che un giorno di Berlusconi rimarrà soprattutto il ricordo dell’uomo che tolse la parola a Enzo Biagi”. Aveva capito che fra tutte le ferite che gli anni del cavaliere avevano dato alla cultura e alla politica del nostro paese, quella inferta al pluralismo dell’informazione colpiva non solo l’essenza stessa della nostra delicata democrazia, ma soprattutto i sentimenti della gente, che aveva ormai identificato in Biagi l’uomo, il giornalista libero e scomodo, che criticava sorridendo, che si opponeva con la forza delle idee e non con le grida della superficialità.
Che usava parole semplici e antichi detti popolani per fare a pezzi le falsità dei nuovi slogan pubblicitari.
A poche ore dalla sua morte, dal suo addormentarsi quasi raccontando a se stesso e agli altri la cronaca di un addio, i media di tutto il mondo si trasmettono la notizia della scomparsa del grande giornalista che Berlusconi, il proprietario della Tv privata, cacciò dalla televisione pubblica. Con una decisione contro la quale i vertici politici del tempo, furono timidi, impacciati, un po' vigliacchi.
Del suo allontanamento Biagi parlava sempre con una punta di ironia che celava però un grande dolore. Quasi continuasse a meravigliarsi di come poteva essere stata fatta una offesa tanto profonda, a lui, ai suoi telespettatori, alla libera informazione. E oggi, a poche ora dalla sua morte, è inevitabile cominciare così il flusso dei ricordi. Che per quanto mi riguarda risalgono alla primavera del 1981, a un bellissimo viaggio in Costarica, Colombia e Messico che facemmo al seguito di Sandro Pertini. Fu allora che, vedendolo faticare nella salita della piramide Maya sotto un sole spietato mi permisi di comprargli e regalargli un cappellaccio di paglia che però gli stava benissimo e da allora il cappello messicano diventò fra noi uno scherzo col quale ci si salutava ogni volta. “Lo conservo, sai!”. Era soprattutto il ricordo di un bel viaggio, con una persona così speciale e stravagante come era l’allora presidente della Repubblica a cui Enzo voleva un gran bene. Erano, proprio quelli, i giorni della scoperta della P2: mentre eravamo in Messico Pertini fu informato del blitz di Turone e Colombo ad Arezzo e del ritrovamento degli elenchi. Sia Pertini che Biagi presero molto sul serio la scoperta della loggia segreta, uno non volle mai ricevere al Quirinale chi era comparso nelle liste; l’altro, per quella vicenda, lasciò il “Corriere” e venne a “Repubblica”. Altri tempi.
A tutti ha insegnato qualcosa: nel giornalismo e nei rapporti umani. In uno dei suoi viaggi in Italia venne a trovarmi a Firenze. Allora io dirigevo “Il Tirreno” e lui pensò che potessi avere uno sguardo privilegiato sulla Toscana. Era strano essere intervistati da Enzo… parlavo del mio giornale, ma sapevo che lui sapeva tante più cose di me, conosceva la storia di quel giornale e la inquadrava nella storia d’Italia. Le firme dei direttori non erano solo delle firme, ma pagine di una vicenda che lo aveva appassionato per tutta la vita. Mi adoprò soprattutto perché gli raccontassi le storie della gente semplice: era sempre lì che lui voleva arrivare, alla base della civiltà, e a ciò che col passare degli anni costruisce quella memoria comune che in Toscana è ancora assi forte, e che lo affascinava.
Così, quando nel 2003 si trattò di lasciare il giornale per Libertà e Giustizia, fu per me obbligata la via del suo ufficio in galleria; Enzo era già uno dei garanti di LeG e a lui avrei chiesto un consiglio definitivo. Mi ascoltò affettuosamente, come sempre e poi mi disse: “Purché tu resti solo e sempre una giornalista, cioè libera”. Cosa che ho cercato di fare, in questi anni, insieme agli amici e ai soci, ricordandoci sempre, anche nelle piccole decisioni, che il nostro garante era lì, e non dovevamo deluderlo mai. Spero di esserci riuscita.
E poi, oltre al maestro di giornalismo e di libertà, ci mancherà l’uomo, l’amico che tra le carte e le fotografie del suo ufficio, ci svelava il segreto per far fronte al dolore, quando la morte si porta via le persone care. “Io giro per casa, da solo la sera e parlo con lei, faccio come se fosse nella stanza accanto, e so che da qualche parte mi sta ascoltando anche se non sento più le sue parole”.
Fiero, orgoglioso, libero, caro Enzo, dicevi che nelle fasi storiche difficili (e pensavi ai tuoi 14 mesi di partigiano) serve soprattutto avere dei maestri, dei punti di riferimento di cui ci si fida e che ti aiutano a trovare la strada. Parlavi di altri, ma credo che tu sapessi d’esserlo ormai tu la nostra guida. Presente e silenziosa: ma c’eri e per questo, anche, si facevano, si dicevano e si pensavano certe cose.
Ciao, caro garante, caro amico e maestro.

Sulla carta o in tv era "il cronista" Contro di lui l'antigiornalismo

La Repubblica
6 novembre 2007
di Michele Serra
Enzo Biagi era un cronista. Lo ripeteva sempre e pareva il vezzo di un giornalista famoso, popolarissimo, pluridirettore, che si rifugiava dietro un abito professionale ordinario. Ma non era un vezzo, era la sostanza viva del suo mestiere. Testimoniata da uno stile tutt'altro che letterario, scarno, efficace, che gli impedì (per sua fortuna) di diventare mai un opinionista o un elzevirista come ce ne sono tanti. Anche i suoi commenti e le sue rubriche erano fatti di spunti di cronaca, di memorie personali, un montaggio "dal vivo" che raramente assumeva la forma tradizionale dell'editoriale in punta di penna. Era capace di lavorare solo sui materiali empirici, toccati con mano. La sua esperienza, i suoi incontri, i suoi appunti. Un giornalismo "di strada", anti-intellettuale, direttamente indirizzato alla sostanza delle vicende umane, al senso comune, a una "normalità" così rara nel mondo barocco dei media, che riusciva a toccare le corde del pubblico popolare e che gli aprì le porte di un clamoroso successo televisivo. Il titolo del suo programma di maggiore impatto e di maggiore ascolto non per caso fu "Il fatto", una sorta di rivendicazione asciutta della materia prima del giornalismo. Usava la televisione come un foglio di carta, ovviamente conoscendone la potenza centuplicata, ma ignorandone ostentatamente tutto l'armamentario di effetti, il linguaggio pletorico e/o aggressivo, la rumorosità e la lucentezza eccessiva. In video era quasi monastico, una scrivania e poche parole, e quella mezza figura inquadrata - il famoso "mezzobusto" di Saviane - trovò attraverso l'understatement di Biagi una sorta di fantastico riscatto. Come se il tono basso, l'abito grigio, l'espressione pacata, servissero soprattutto a scardinare la presunzione televisiva e ridare centralità assoluta alla parola, alle facce e alle persone. Nei primi anni Novanta, quando lui era uno dei primi tre giornalisti italiani (gli altri erano Bocca e Montanelli) e io poco più che un pivello, mi chiese se poteva venire nella redazione di "Cuore" per intervistarmi a proposito della satira. Si presentò con un impermeabile chiaro e una borsa di cuoio, tirò fuori penna e taccuino e cominciò a farmi domande. Poca conversazione informale, pochi convenevoli, quella era un'intervista e dunque una situazione professionale. Quello era mestiere. Rimasi sbalordito dallo spettacolo del vecchio gigante che appuntava diligentemente sul taccuino le parole di un ragazzo. Capii che Enzo Biagi era davvero un cronista, che quello voleva essere ed era sempre stato. L'ostracismo da lui patito negli ultimi anni non è stato dunque rivolto contro una posizione culturale o politica. E' stato rivolto contro il giornalismo, che lui personificava come pochi altri.

domenica 4 novembre 2007

Una proposta

Riceviamo da Paola Caporossi e Gregorio Gitti questa proposta di mozione che volentieri sottoponiamo alla discussione sulla quale è avviata la raccolta di firme tra gli eletti regionali e nazionali per poi presentarla alla Assemblea Regionale il prossima il 10 novembre: che ne pensate?
Daniela
OSSERVAZIONI E PROPOSTE URGENTI
SUL DISPOSITIVO APPROVATO IL 27 OTTOBRE 2007 A MILANO
DALL’ASSEMBLEA COSTITUENTE NAZIONALE

Premessa
Nulla può oscurare l’importanza e la portata storica dell’evento di sabato 27 ottobre a Milano, quando si è riunita per la prima volta l’Assemblea Costituente Nazionale del Partito Democratico. Vale ribadirlo ancora una volta: nessun Partito è nato così, non solo nel nostro paese. Ciò basta, di per sé, a segnare una svolta nel modo di intendere e fare la politica in Italia.
Certo, è solo un segnale, il primo, ma costituisce una premessa essenziale, che non può non condizionare e plasmare costruttivamente le tappe a venire del nuovo Partito.
D’altro canto, non si può non considerare che ogni processo di innovazione porta con sé qualche inevitabile residuo del passato – tra l’altro, non necessariamente negativo- e si accompagna a contraddizioni e cicli di “stop and go” defatiganti e potenzialmente fuorvianti per osservatori e sostenitori. La nascita del partito Democratico non potrà, dunque, sottrarsi a questa regola, in certo senso stocastica, e dovremo tutti mettere in conto qualche passo “falso”.
Questo non significa che i sostenitori del P.D. dovranno rassegnarsi ad accettare qualsiasi fatto negativo da parte dei suoi principali attori/costruttori, ma che, piuttosto, potranno contribuire fattivamente a contenere al massimo gli errori e le “distrazioni” nel processo costituente, non limitandosi a criticare od evidenziare le negatività, ma anche e soprattutto in positivo, elaborando e presentando proposte migliorative concrete.
Questo il senso della presente Nota e della Mozione a seguire.

Criticità
Senza entrare nel dettaglio dell’assemblea di sabato 27 ottobre, il primo importante appunto da fare è che il dispositivo letto dal neo-segretario nazionale doveva:
- essere distribuito prima della sua lettura, e non semplicemente letto in fretta ed in coda ad una giornata impegnativa, che era stata immaginata non solo di commozione e di autocelebrazione ma anche di confronto e di operatività pratica;
- essere discusso ampiamente prima essere dato per “approvato”.
Non inferiamo sul contesto e sulle modalità in cui è avvenuta la votazione da parte degli oltre 2.500 delegati, perché comporterebbe dei rilievi anche giuridici. D’altronde, per gestire dibattiti e decisioni con numeri di quella grandezza –quasi tre migliaia di persone- occorre una predeterminata e ferrea volontà di trasparenza, legalità e correttezza da parte di chi ha il compito di predisporre la votazione. Si poteva fare diversamente e meglio? Di sicuro, dato che la confusione e la promiscuità, erano banalmente prevedibili. Si può essere fiduciosi che meglio sarà fatto in occasione delle prossime assemblee.

1. Vice Segretario
E’ stato citato l'art.2 comma 3 del Regolamento Quadro approvato l’11 luglio dal “Comitato 14 ottobre” a proposito dell’avvenuta nomina a Vicesegretario nazionale. Trovare un nesso con quella norma è oggettivamente una forzatura: non è previsto il ruolo, né tanto meno la nomina per cooptazione.

2. Coordinatore Provinciale
Il dispositivo fatto approvare a Milano recita al riguardo:
“Il 24 novembre in ogni provincia gli eletti nelle assemblee costituenti regionale e nazionale eleggono, a maggioranza assoluta dei presenti e con eventuale ballottaggio tra i primi due, il Coordinatore provinciale”.
Questo, invece, recita il Regolamento Quadro, all’articolo 1 comma 3 :
“Con successivo regolamento vengono stabilite le modalità di elezione delle Assemblee provinciali e dei Segretari provinciali, da tenersi entro il 31 dicembre 2007.”
Il fatto che il Regolamento Quadro consenta che le modalità di elezione delle Assemblee e dei Segretari a livello provinciale vengano stabilite con successivo regolamento lascia aperta una certa discrezionalità sulle stesse. Discrezionalità che è stata subito applicata nel dispositivo del 27 ottobre.
D’altro canto, il comma 3 fa parte dell’articolo in cui si parla di “elezione delle Assemblee Costituenti Nazionale e Regionali”, specificando che gli elettori potranno essere tutti i cittadini e tutte le cittadine che abbiano compiuto 16 anni, pur senza mai specificare il termine “primarie”, anche se è di quelle che si parla. E’ allora ragionevole, nonché legittimo, dedurre che quella modalità debba valere anche per l’elezione prevista, subito dopo, al comma 3, per le assemblee e i segretari provinciali.
La motivazione di una tale deduzione è non soltanto logica e giuridica, ma anche politica. Infatti, se il Partito Democratico è un partito davvero democratico, federale o comunque nato dal territorio, non si spiega perché il coordinatore del livello più prettamente locale non debba essere eletto direttamente dagli elettori del territorio provinciale, esattamente con lo stesso meccanismo delle primarie con cui sono stati eletti il segretario nazionale ed i segretari regionali del P.D.
Che senso ha che il cittadino, ad esempio, di Brescia abbia eletto direttamente il proprio segretario per organi geograficamente lontani lui (nazionale e regionale) e non possa invece eleggere il segretario della propria provincia, che meglio conosce e sa valutare? Dunque, perché è stato deciso che tale elezione debba essere ristretta ai delegati nazionali e regionali eletti a Brescia?
Oltretutto, è molto probabile che chi sia stato giudicato meritevole di essere eletto come delegato regionale non venga giudicato altrettanto meritevole dai Bresciani – per restare all’esempio- di fare il coordinatore provinciale nella loro provincia.
Non solo: il delegato nazionale o regionale è stato eletto il 14 ottobre con un mandato preciso e ristretto: approvare lo Statuto ed il Manifesto politico del nuovo partito. Ampliare il suo mandato quando è già stato eletto è una scorrettezza non solo formale, ma sostanziale, nei confronti degli elettori, che non può essere ignorata con leggerezza.
Se, poi, l’obiezione dovesse essere che non si possono convocare primarie ogni mese, la semplice risposta è che una tale obiezione era presentata da taluni (tra cui noi che scriviamo) già all’interno del Comitato dei 45, lo scorso 18 giugno, alla prima presentazione del Regolamento Quadro. Venne fatto appropriatamente osservare che se il 14 ottobre dovevano essere eletti i Costituenti Regionali, non si capiva perché non si dovesse inserire in quella data anche l’elezione dei Costituenti provinciali, rimandata di soli 2 mesi. L’obiezione, in verità, non venne ritenuta degna di un dibattito e neppure di una risposta.
Inevitabile sospettare che sin da allora si pensasse a deviazioni procedurali come in effetti è stato. Rispetto alle quali il risultato non può che essere che gli elettori del 14 ottobre si convincano che sia stato fatto un passo indietro e che si torni a far calare dall’alto – o comunque non da loro stessi che sarebbero i pieni titolari di un tale diritto- la scelta del leader provinciale .
E ancora: chi stabilisce i compiti ed i poteri di quest’ultimo? E’ plausibile sospettare che ci saranno altre arbitrarietà o forzature solo all’apparenza formali.

3. Coordinamento Provinciale
“Si costituisce altresì un Coordinamento Provinciale, composto dai suddetti eletti nelle assemblee costituenti, nonché dai Sindaci e dai Capigruppo Consiliari del PD nei Comuni capoluogo, dai Presidenti di Provincia e dai capigruppo provinciali del PD, dai consiglieri regionali e dai parlamentari aderenti a gruppi del PD. Il Coordinamento provinciale può allargarsi ad altre persone con il voto favorevole di due terzi i componenti dello stesso”.
Vale lo stesso ragionamento svolto per l’elezione del coordinatore provinciale: anzi, in questo secondo caso neppure è prevista una elezione, bensì una semplice cooptazione o automatismo.
Che, poi, ad essere cooptati siano i Costituenti, non è affatto rassicurante: come sopra detto, se anche sono stati eletti, essi hanno un altro tipo di mandato, non adattabile discrezionalmente ad altri scopi, non senza, almeno, la bussola di uno Statuto, che è ancora lontano dall’essere deciso.
Non basta. Perché dei Coordinamenti provinciali dovrebbero far parte anche i Sindaci, i Capigruppo, ecc…? Basta, forse, passare da una qualsiasi tornata elettorale? Anche qui, il mandato derivante dalla loro elezione è diverso da quello che avrebbero all’interno dei Coordinamenti provinciali, per quanto provvisori.
Non solo: i Sindaci, i Parlamentari, ecc…, sono stati eletti come candidati di partiti diversi – DS e Margherita - che, per quanto sciolti nel Partito Democratico- non vi coincidono affatto. Tanto che non tutti gli eletti nei DS e nella Margherita hanno aderito al PD.
Il nodo è ovviamente anche politico: se gli organi provvisori del nuovo Partito devono formarsi all’insegna del rinnovamento, non si capisce perché essi debbano essere in certo senso ingolfati automaticamente dagli eletti di un passato pur recente.
Ancora. Se “il Coordinamento provinciale può allargarsi ad altre persone con il voto favorevole di due terzi i componenti dello stesso”, non si può non chiedersi perché non venga previsto alcun criterio di scelta. Di fatto si rimanda tutto alla discrezionalità della maggioranza qualificata di quegli organi, che, per l’appunto, è costituita dal “nuovo” gruppo dirigente eletto con il segretario nazionale.

4. Poteri dei Segretari
“Al segretario nazionale e ai segretari regionali è data delega di garantire la gestione provvisoria della fase costituente, sino all’approvazione dello statuto, anche attraverso la costituzione di organi collegiali provvisori”
Cosa significa “delega”, e cosa “costituzione di organi collegiali provvisori”? La vaghezza dei termini e dell’intera frase non è affatto rassicurante in termini di trasparenza, oggettività e democraticità.

5. Elezioni del 23 dicembre 2007
“Entro il 23 dicembre saranno convocate dai Segretari regionali in accordo con i Coordinatori provinciali, assemblee di tutti i votanti alle primarie del 14 ottobre per costituire il partito democratico nei territori, secondo le modalità decise congiuntamente dal Segretario Nazionale e dai Segretari Regionali”.
Perché limitare l’elettorato passivo ai soli votanti del 14 ottobre? Per quanto ovvio, non si può non obiettare che gli elettori potenziali del 23 dicembre possono essere diversi da quelli del 14 ottobre: alcuni potrebbero non aver “potuto” votare allora ma poterlo fare ora, o viceversa; altri potrebbero non aver “voluto” votare allora e volerlo invece fare ora, o viceversa.

30 ottobre 2007

Paola Caporossi
Gregorio Gitti
Roberta Guaineri
Cesare Saccani
Isabella Sorgini
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