lunedì 7 gennaio 2008

GLI ITALIANI RESI INFELICI DALLA POLITICA

La Repubblica
5 gennaio 2008

ANDREA MANZELLA
Perché siamo una Italia «infelice», come scrivono i giornali stranieri? Perché «l´insicurezza e la sfiducia», di cui parla anche il presidente del Consiglio?
Avviene perché abbiamo perso le due certezze sociali che hanno nutrito la Repubblica da quando è nata.
In primo luogo, la certezza dell´appartenenza politica.
Siamo stati di volta in volta fascisti o antifascisti, comunisti o anticomunisti, berlusconiani o antiberlusconiani. Ora, come i ghiacciai, le ultime coalizioni contrapposte (che si portavano comunque, rappreso dentro, il senso di quelle profonde fratture) si stanno sciogliendo.
Ma questo non avviene, come pensano gli ultimi mohicani legati agli alberi delle rispettive origini, perché siamo in preda ad un "trasformismo" di massa, guidato da leader reciprocamente apostati. Questo avviene perché il movimento delle idee e delle persone del mondo, la maniera dell´organizzazione del lavoro e del tempo, la significanza dei costumi e delle religioni impongono a tutto quello che si chiama «politica», una svolta, uno sforzo: per capire, per rappresentare, per indirizzare.
La politica non è più nella "politica". È altrove. E rispetto a questo "altrove" si devono regolare nuovi confini, preparare nuovi scontri, "vedere" nuovi leader, capaci di pensiero e di azione. Ma intanto siamo nell´infelicità che nasce dall´incertezza su quello che politicamente siamo...
In secondo luogo, non abbiamo più la certezza della Repubblica una e indivisibile. Avvertiamo come ferite ripetute, i segni della disgregazione territoriale. I governi di mafia "contro lo Stato", i governi localistici "fuori dallo Stato". A sessant´anni dalla Costituzione, ne sentiamo non la vecchiaia o l´inadeguatezza (come dicono i "revanscisti" costituzionali: quelli che dal disegno ideale del 1948 si sono chiamati fuori) ma la perdurante inattuazione. Sentiamo cioè che le autonomie territoriali non sono state attuate nella loro pienezza costituzionale. Non solo e non tanto nei loro poteri "prossimi" ai cittadini - da quelli sulla sicurezza a quelli fiscali - quanto nella connessione tra loro e con lo Stato centrale: in un disegno complessivo repubblicano. Fughe in avanti e fughe dalle responsabilità, un arcipelago di isole asimmetriche, la variabilità dei diritti locali, il diverso adattamento allo spazio europeo, le pulsioni secessioniste, un Parlamento bicamerale ma senza rappresentanza territoriale. Ecco l´infelicità che nasce dall´incertezza sull´unione nazionale....
È la coscienza di questa duplice incertezza di fondo che deve guidare il lavoro: per riorganizzare la politica, anche con una legge elettorale; per riordinare la Repubblica, anche con una revisione costituzionale. Nell´un caso e nell´altro è infatti fuori della realtà la rincorsa di modelli astrattamente persuasivi e «tecnologicamente avanzati»: ma la cui attuazione si scontrerebbe con la durezza di reazioni insuperabili nell´attuale emergenza.
Vediamo la questione elettorale. Dal 1994 siamo alla ricerca di una «quadra» per difficili obiettivi: il giusto rapporto eletti-elettori, la scelta elettorale preventiva di chi deve governare, l´alternanza, la stessa "governabilità". Ma ora questi obiettivi devono potersi coniugare, e magari cedere il passo, ad un bene che oggi appare, ed è, primario. Lo scopo essenziale da porsi è infatti quello di rendere adeguato il sistema politico e parlamentare alle nuove linee di consenso e di frattura che si sono aperte nella società.
L´abbiamo detto: la liquefazione in corso delle coalizioni che ingessano il parlamento, le nuove aggregazioni politiche tentate e quelle in gestazione, non obbediscono a capricci o improvvisazioni di leader solitari. Certo, nei modi c´è anche questa forzatura di procedure che provoca distorsioni di immagine.
Ma, al di là delle spallate verticistiche, vi è autentico lo sforzo di interpretare una geografia politica cambiata nelle dimensioni e nei confini. Uno sforzo «costituente» che disegni il terreno per una lotta politica appropriata al mutamento delle cose.Se questo è il bene pubblico principale, la sola irrinunciabile preoccupazione della nuova legge elettorale dovrebbe essere quella di evitare la polverizzazione della rappresentanza, la tribalizzazione del Parlamento. Ma, sbarrata la soglia a chi rappresenta se stesso, sarebbe un gravissimo errore pretendere di proiettare nel futuro lo stesso forzato meccanismo di formazione che ha dato vita alle colazioni esistenti. Si impedirebbe, così, con artificiose tecniche elettorali, la scomposizione e la ricomposizione del nostro sistema politico su basi dettate dai movimenti reali e dalle persuasioni popolari che vi corrispondono.Da questo punto di vista, il referendum (pur meritorio: per coraggio di promotori e per il fine, già raggiunto, di dimostrare la necessità del cambiamento) appare ancorato alla logica meccanica che porta a coalizioni giustamente definite "coatte": senza più corrispondenza con la società politica effettiva. E perciò il suo nudo risultato sarebbe non innovativo ma più che conservatore.Vediamo la questione costituzionale. Per vincere l´altra e, forse, più grave incertezza causata da una Repubblica "lontana" dal territorio, vi è la necessità di incardinare il suo funzionamento intorno al principio costituzionale di autonomia.
Questo include in sé l´idea di coordinamento nazionale: e questo legamento deve essere visibile in Parlamento, come rappresentanza di città e regioni, come capacità di decidere insieme la conciliazione dei loro interessi. Dare voce alla "territorialità" nel centro della Repubblica non è dunque un optional: è una necessità.
Di fronte al deperimento dell´unità territoriale della Repubblica, solo l´istituzione di un Senato "federativo" può frenare la diaspora: come luogo di assorbimento e di razionalizzazione delle cento spinte centrifughe. Non è vero che per una tale - puntuale - riforma costituzionale occorrono tempi lunghi: con il consenso, basterebbero meno di nove mesi. Né è decente dire che l´opposizione dei senatori in carica appare insuperabile: vi è un patriottismo istituzionale che deve e può prevalere a Palazzo Madama. Magari non sarà precisamente la riforma su cui vi è già avanzato progetto alla Camera dei deputati: ma la prossima legislatura, per vicina che sia, deve poter contare su un bicameralismo che rappresenti veramente, e tenga insieme, le molte e varie autonomie territoriali. E il governo in tutto questo? Il governo deve essere "neutrale" sia sul versante elettorale sia su quello della riforma costituzionale del sistema parlamentare. Lo può essere benissimo l´attuale governo, se supera evidenti difficoltà numeriche più che politiche. Il bilancio esposto nei giorni scorsi dal presidente del Consiglio è dignitoso, onesto, serio. E chiari i propositi. Sbaglia perciò certamente chi fa del governo, per vendetta trasversale, lo «scudo umano» che dovrebbe impedire leggi elettorali con un minimo di ragionevolezza. Ma il ruolo di neutralità potrebbe, per necessità, essere svolto anche da un altro governo che si assuma la responsabilità di assicurare i termini temporali del lavoro "costituente" da portare a compimento. E certo sbaglia chi sostiene che in una Repubblica parlamentare quale è rimasta la nostra (pur dopo la svolta maggioritaria del 1994) questa possibilità non esiste. Nell´un caso e nell´altro, gli stranieri ci guardano: testimoni compassionevoli della nostra attuale "infelicità".

domenica 6 gennaio 2008

LA PAROLA TORNA AI FONDATORI

In Toscana, così come previsto dal regolamento approvato dal Coordinamento regionale del Pd, tutti i votanti delle primarie del 14 ottobre potranno ricevere il certificato di "Fondatore del Partito Democratico".
Potranno richiederlo anche coloro che non hanno partecipato al voto di ottobre, rivolgendosi di persona agli Utap, gli Uffici tecnico-amministrativi provinciali.
Spetterà ai Coordinamenti territoriali del Pd stabilire le modalità di consegna e il calendario delle iniziative per la distribuzione dei certificati.
Ai Fondatori, al ritiro, sarà chiesto un contributo volontario.
I Fondatori saranno poi chiamati a prendere parte alle assemblee dei rispettivi Circoli di base, che saranno convocate entro il 31 gennaio dai Coordinatori territoriali provvisori, eletti il 24 novembre scorso.
Nel corso delle assemblee dei Circoli, i Fondatori voteranno anche per eleggere i delegati alle assemblee comunale e territoriale.
Le autocandidature a delegato per i livelli comunale e territoriale possono essere presentate all'Utap o all'inizio dei lavori dell'assemblea di Circolo.
Il voto avviene in forma segreta.
Ogni Fondatore riceverà due schede: una per l'elezione dei delegati all'assemblea comunale e una per eleggere quelli dell'assemblea territoriale.
Per ogni scheda esprimerà un voto per un uomo e un voto per una donna.
I delegati eletti nelle assemblee comunali e provinciali, insieme agli eletti delle primarie del 14 ottobre, si riuniranno poi, entro il 10 febbraio, per eleggere il coordinatore di circolo, il segretario comunale e il segretario territoriale.

Regolamento per lo svolgimento delle Assemblee dei Circoli di base
Visto il contenuto dei Dispositivi approvati dalle Assemblee Costituenti nazionale e regionale e vista la Deliberazione assunta dai Segretari regionali d’intesa con il Segretario Nazionale, il Coordinamento del PD della Toscana, composto dal Segretario regionale e dai Coordinatori territoriali provvisori, assume le seguenti decisioni per lo svolgimento delle Assemblee dei Circoli di base:
1. Tempistica
Dal 5 dicembre 2007 è indetta una “Campagna per la costruzione del Partito Democratico della Toscana”: tutti i cittadini inclusi nei registri dei votanti delle primarie del 14 ottobre potranno richiedere e ricevere il Certificato di “Fondatore del Partito Democratico”. Spetta ai Coordinamenti territoriali stabilire le modalità di consegna e il calendario delle iniziative per la distribuzione dei certificati. I Coordinamenti territoriali si fanno carico di informare, nelle forme che saranno ritenute più idonee, tutti gli elettori delle primarie rispetto a tali iniziative e alle modalità di consegna dei Certificati. L’Esecutivo regionale promuove in tal senso una campagna di comunicazione su tutto il territorio della Toscana. La consegna dei Certificati prosegue anche dopo lo svolgimento delle Assemblee dei Circoli e fino all’avvio delle modalità di adesione al PD che saranno definite dallo Statuto nazionale.
Dal 12 dicembre e fino al 31 gennaio sono convocate dal Coordinatore territoriale provvisorio, d’intesa col Segretario regionale, le Assemblee dei Circoli di base. Le Assemblee dei Circoli di uno stesso comune devono tendenzialmente essere convocate nella stessa giornata. All’atto della ricezione del Certificato, ad ogni Fondatore deve essere comunicata la data e il luogo di svolgimento della propria Assemblea di base.
Entro il 10 febbraio e comunque dopo lo svolgimento delle Assemblee dei rispettivi Circoli di base, sono convocati i Coordinamenti di Circolo e le Assemblee comunali.
Il calendario delle Assemblee di base, dei Coordinamenti dei Circoli e delle Assemblee comunali, comprensivo dei relativi presidenti/garanti e dei tempi di apertura delle operazioni di voto, è approvato dal Coordinamento territoriale.
Entro il 24 febbraio, e comunque dopo lo svolgimento delle Assemblee dei rispettivi Circoli e delle Assemblee dei comuni di propria competenza, sono convocate le Assemblee territoriali. Il calendario delle Assemblee territoriali viene stabilito dal Segretario regionale, d’intesa con i rispettivi Presidenti e Coordinatori provvisori.
2. Forme di partecipazione di coloro che non hanno votato alle primarie del 14 ottobre
I cittadini elettori del Partito Democratico che non hanno partecipato alle primarie del 14 ottobre ma che intendono dare il loro contributo al lavoro di costruzione del partito sul territorio, per partecipare con diritto di voto alle Assemblee di base, devono richiedere di persona all’Utap il certificato di “Fondatore del PD” non oltre il giorno precedente allo svolgimento della propria Assemblea. A tale scopo è compito dell’Utap rendere pubbliche le modalità e gli orari di accesso ai propri uffici.
3. Organizzazione sul territorio e ambito di competenza delle Assemblee dei Circoli di base
Il Coordinamento territoriale stabilisce le modalità provvisorie di radicamento e di organizzazione del PD nell’area di propria competenza.
L’ambito di competenza territoriale di ogni Circolo di base, che di norma deve corrispondere a quello di uno o più seggi delle primarie del 14 ottobre, è stabilito dal Coordinamento territoriale. Di conseguenza possono partecipare alle Assemblee di un Circolo gli elettori dei seggi afferenti a quel Circolo. Ogni Fondatore fa parte di un unico Circolo di base.
4. Svolgimento delle assemblee
Possono partecipare con diritto di voto tutti i Fondatori della realtà territoriale su cui il Circolo è competente. Le assemblee si svolgono in forma pubblica e il diritto di parola deve essere assicurato anche ai non Fondatori. I Certificati di “Fondatore del PD” possono essere ritirati dagli elettori delle primarie del 14 ottobre, anche durante lo svolgimento delle assemblee. Oltre alle operazioni di voto, le assemblee devono comprendere uno spazio dedicato al dibattito per affrontare ogni aspetto relativo alla costruzione e al radicamento del partito sul territorio. Le Assemblee possono far pervenire alle Commissioni istituite dalla Costituente Regionale, contributi e documenti utili al loro lavoro di redazione dello Statuto e del Manifesto programmatico del PD della Toscana.
Il Presidente/Garante in apertura illustra ai presenti le modalità di svolgimento dell’assemblea e i relativi compiti e dichiara formalmente costituito il Circolo di base del PD, in attesa della configurazione definitiva che sarà stabilità dopo l’approvazione degli Statuti nazionale e regionale.
L’assemblea deve provvedere, ai sensi dei successivi punti, alla elezione dei delegati alle Assemblee comunale e territoriale.
5. Coordinamenti di Circolo
Fanno parte del coordinamento di Circolo i membri di diritto ed eletti nelle Assemblee comunale e territoriale afferenti al Circolo stesso.
6. Assemblee comunali del PD
Sono delegati di diritto nell’Assemblea comunale gli eletti nelle Assemblee costituenti nazionale e regionale residenti nel comune, nonché il Sindaco e il Capogruppo comunale del PD (o, se del PD, dei gruppi unitari del centrosinistra) e, se residenti nel comune, il Presidente della Provincia e il Capogruppo provinciale del PD, i Consiglieri regionali e i Parlamentari aderenti a gruppi del PD. Sono inoltre delegati di diritto nell’Assemblea comunale i coordinatori dei Circoli di base del PD.
Per ogni comune, il Coordinamento territoriale stabilisce d’intesa con il Segretario regionale, il numero dei votanti alle primarie del 14 ottobre per l’Assemblea Costituente regionale, grazie al quale scatta un delegato da eleggere nella Assemblea comunale. Tale numero non può essere superiore a 150. Ogni Assemblea di Circolo elegge, con le modalità descritte nel punto 8, un numero di delegati pari alla quantità di votanti alle primarie, diviso tale numero e arrotondato all’intero superiore solo se il resto decimale è superiore a 50. In ogni caso ad ogni Assemblea di Circolo spetta almeno un delegato all’Assemblea comunale.
7. Assemblee provinciali o territoriali del PD
Dell’Assemblea territoriale fanno parte di diritto i membri del Coordinamento territoriale esistente. Sono inoltre delegati di diritto nell’Assemblea territoriale i Segretari comunali del PD.
Il Coordinamento territoriale stabilisce il numero dei votanti delle primarie del 14 ottobre per l’Assemblea Costituente regionale, grazie al quale scatta un delegato da eleggere nella Assemblea territoriale. Tale numero non può essere superiore a 300. Ad ogni comune viene assegnato un numero di delegati pari alla quantità di votanti alle primarie, diviso tale numero e arrotondato all’intero superiore solo se il resto decimale è superiore a 50. In ogni caso per ogni comune spetta almeno un delegato all’Assemblea territoriale.
I delegati assegnati ad ogni comune vengono ripartiti tra le Assemblee dei rispettivi Circoli, proporzionalmente al numero di votanti del 14 ottobre per l’Assemblea Costituente Regionale. Ogni Assemblea elegge i propri delegati con le modalità descritte nel punto 8.
8. Modalità di presentazione delle autocandidature e elezione dei delegati comunali e territoriali
Le autocandidature a delegato per il livello comunale e/o territoriale possono essere presentate o all’Utap competente entro il giorno precedente all’Assemblea del Circolo, con le modalità rese pubbliche dall’Utap stesso, oppure al Presidente dell’Assemblea del Circolo di base entro 60 minuti dall’inizio dei lavori dell’Assemblea stessa. Ogni candidato può presentarsi come candidato in un’unica Assemblea, eventualmente anche diversa da quella dove risulta aver ritirato il Certificato di Fondatore. Ogni candidato, pena esclusione, deve aver ritirato il certificato di “Fondatore del PD”.
Il voto dei presenti alla Assemblea dei Fondatori avviene in forma segreta. Ogni Fondatore esprime un voto per un uomo e un voto per una donna. Le schede sono predisposte graficamente dal Coordinamento regionale e dovranno contenere due spazi in bianco per indicare esplicitamente i due nominativi. Nei locali dell’Assemblea devono essere esposte le liste dei candidati e delle candidate a delegato per il livello comunale e per il livello territoriale. Il voto avviene negli orari definiti come da punto 1, eventualmente anche su più giorni e a prescindere dalla durata del dibattito nella Assemblea.
Sulla base del numero di voti ricevuti e nel rispetto della norma sulla parità tra i due sessi, si procede all’individuazione degli eletti. La differenza di numero di eletti di sesso diverso non può essere superiore a una unità, pena l’annullamento del voto del Circolo.
Al termine delle Assemblee di un comune, si procede all’eventuale riequilibrio di genere, aggiungendo un numero di delegati o di delegate sufficienti a comporre l’assemblea in modo paritario tra i due generi. Per procedere a tale riequilibrio si considerano i primi non eletti di ciascuna assemblea messi nell’ordine dato dal numero di voti personali ricevuti.
Analogo riequilibrio deve essere compiuto per il livello territoriale.
9. Elezione dei Coordinatori dei Circoli, dei Segretari comunali e dei Segretari territoriali
Sulla base delle platee definite nei punti 6, 7 e 8, e nel rispetto della tempistica definita nel punto 1, vengono convocati i Coordinamenti di Circolo per la elezione dei Coordinatori di Circolo e le Assemblee comunali e territoriali per la elezione dei rispettivi Segretari. Nelle realtà comunali costituite da un solo Circolo, il Coordinatore del Circolo assume l’incarico di Coordinatore comunale.
Il Presidente/Garante stabilisce un termine temporale di non più di 15 minuti dall’apertura dei lavori per la presentazione delle candidature. Le candidature devono essere accompagnate da non meno del 5% e da non più del 10% di firme di delegati. Possono essere candidate anche persone che non facciano parte delle relative Assemblee, purché abbiano ritirato il Certificato di “Fondatore del PD”.
A conclusione dei minuti previsti, il Presidente dà la parola ai candidati, nell’ordine di presentazione, dando loro lo stesso tempo per presentare la propria Dichiarazione di intenti.
Al termine di tali interventi viene aperto il seggio per il voto. Le operazioni di voto e di scrutinio vengono gestite da 2 o più scrutatori individuati dal Presidente.
Al termine dello scrutinio il Presidente dà immediatamente lettura del risultato. Se nessun candidato è stato votato dalla maggioranza dei presenti, si procede immediatamente al turno di ballotaggio tra i primi due candidati.
Relativamente ai Coordinatori di Circolo e ai Segretari comunali, se non vi sono candidature presentate oppure se anche il secondo turno ha esito nullo, il Segretario territoriale, eletto come da punto 9, nomina un Coordinatore pro-tempore per la gestione delle attività fino al primo congresso del PD.
10. Utilizzo degli elenchi dei votanti alle primarie e degli elenchi dei Fondatori
Gli elenchi dei votanti alle primarie e gli elenchi dei Fondatori sono di esclusiva proprietà del Tesoriere regionale del PD al quale devono essere consegnati non appena è stata conclusa l’opera di digitalizzazione da parte degli Utap. L’unico altro utilizzo consentito agli Utap senza preventiva autorizzazione è quello per la convocazione delle Assemblee e delle iniziative del partito per la distribuzione dei Certificati. Ogni altro utilizzo deve essere preventivamente autorizzato dal Tesoriere regionale e deve comunque rispondere ai criteri di imparzialità, trasparenza e tutela della privacy.
11. Organi di garanzia e supporto organizzativo
Gli Uffici tecnico-amministrativi provinciali per le primarie del 14 ottobre, oltre ai compiti descritti nel presente articolato, devono supervisionare sul corretto svolgimento delle operazioni descritte nel presente dispositivo e supportare il Coordinatore territoriale provvisorio e il Responsabile organizzazione nel lavoro di realizzazione di ogni passaggio. I singoli membri degli Utap di Livorno e Lucca sono competenti per il solo territorio in cui risiedono.
Il Collegio regionale dei Garanti decide sulle controversie sorte in fase di applicazione delle norme contenute nel presente dispositivo e vigilano sul corretto e imparziale svolgimento delle procedure. Eventuali reclami o ricorsi possono essere presentati da ciascuno dei partecipanti, al Collegio dei garanti regionale entro le 48 ore successive al fatto denunciato. I Garanti si pronunciano in modo inappellabile entro le 48 ore successive.
12. Disciplina delle campagne elettorali
Il comportamento dei candidati ad ogni carica deve essere ispirato a criteri di sobrietà, correttezza e rispetto del partito e di ogni altro soggetto coinvolto.
Non è in ogni caso ammessa da parte di ogni singolo candidato ad ogni ruolo le spedizioni postali e la pubblicazione a pagamento di messaggi pubblicitari o di propaganda elettorale su mezzi radiotelevisivi, testate giornalistiche o altri organi di stampa e informazione, e comunque non sono consentite attività propagandistiche personali che comportino una spesa.
13. Contributi volontari
All’atto della ricezione del Certificato, ad ogni Fondatore viene chiesto un contributo volontario per finanziare la fase costituente e le iniziative di costruzione del PD sul territorio. Tali contributi vengono trasferiti al Tesoriere territoriale che: li restituisce per il 20% al livello comunale nel momento della nomina del tesoriere comunale del PD; per il 70% rimangono a disposizione del Coordinamento territoriale anche per finanziare le attività di promozione della Campagna di costruzione del PD; per il restante 10% vengono trasferiti al Tesoriere regionale per il finanziamento delle iniziative del PD toscano nell’ambito della stessa Campagna.

mercoledì 19 dicembre 2007

IL MANIFESTO POLITICO DI WALTER


Intervista con Veltroni di Giuliano Ferrara - Il Foglio
Roma. Su una poltroncina gialla nell’anticamera del suo ufficio da sindaco, al primo piano del Campidoglio, Walter Veltroni discute con il Foglio per un’ora di cosa intende quando parla di rottura (rupture) democratica. In una delle settimane più importanti per il governo di Prodi, per il Partito democratico e per il destino dell’asse tra il Cav. e W (Cav + W), Veltroni usa parole nuove per definire il suo rapporto tra religione e politica, dà un’interessante interpretazione della guerra in Iraq (che anche Donald Rumsfeld, probabilmente, condividerebbe), dice qualcosa di nuovo su Romano Prodi, su Silvio Berlusconi, sulla Prima Repubblica, su Tangentopoli, sui Pacs, sui Cus, sulla maggioranza, sul fund raising e anche su Alitalia (“La cosa che mi piacerebbe di più è che le proposte di Air France e Air One si incrociassero. Per garantire la forza di un soggetto come Air France e la forza di un soggetto finanziario come banca Intesa, e al tempo stesso però il radicamento nel paese di una compagnia nazionale. Conta l’offerta che viene fatta, contano le strategie industriali, conta sapere per il paese che esito avrà la sua compagnia nazionale”). Entrando nel cuore della sua idea di Partito democratico (la cui vocazione maggioritaria più che a Botteghe Oscure si ispira sempre di più alla filosofia senza tessera e senza congressi dei democrat americani), Veltroni parla in un modo nuovo anche di referendum elettorale: quel referendum fino a ieri “sostenuto ma non firmato” e su cui oggi, invece, Veltroni ammette che, a certe condizioni, potrebbe dire di sì: intravedendo una possibile tutela della “vocazione maggioritaria” nel testo su cui la Consulta darà un giudizio di costituzionalità entro la metà di gennaio.
Due mesi fa tre milioni di elettori scelsero W come leader del Pd; due settimane fa, al quinto piano del palazzo dei gruppi parlamentari, W ha incontrato il leader dell’opposizione Silvio Berlusconi; tra poche settimane Romano Prodi dovrà affrontare quella verifica di governo di cui sabato Veltroni ha parlato con Romano Prodi: tra un’intervista alle 9.15, un matrimonio celebrato alle 11.30 e un compleanno centenario festeggiato alle 10.30 a casa della signora Broccolo. Quello che parla con il Foglio è un Veltroni un po’ meno spagnolo, sempre meno tedesco, molto americano ma pure un po’ francese. E’ un Veltroni che fa un paio di assist al Cav., che rilegge in modo curioso un aspetto dello strappo di Fausto Bertinotti con Prodi e che, quando si parla di religione e di politica, non ha nulla da ridire sulle parole di Obama (“I laici sbagliano a chiedere ai credenti che entrano in politica di lasciare da parte la religione”). W sorride leggendo la prima pagina del Foglio di sabato sui leader cristiani in corsa in America per la presidenza; e alla domanda: “Che cosa significa Cristo in politica?”, dà una risposta che farà insospettire chi crede che sia “molto difficile essere laici nel paese delle chiese” (Eugenio Scalfari, Repubblica 16 dicembre).
Spiega Veltroni: “Cristo in politica è giusto e legittimo che lo porti chi ha Cristo dentro di sé. E che lo porti e non lo lasci a casa. L’idea che qualche volta la politica ha avuto anzi, che spesso la politica ha, fa parte di una visione del mondo che io non condivido: che la laicità dello stato – che io considero come un valore assolutamente indiscutibile e indisponibile – presupponga una sorta di rinuncia alle identità di ciascuno. Qui dentro però io ci vedo una delle chiavi della possibile convivenza del nuovo millennio: il tema del rapporto tra identità e dialogo. E’ un tempo, questo, in cui di fronte alla paura delle grandi trasformazioni economiche e finanziarie, e della circolazione delle persone con la loro visione del mondo e la loro religione, sembra prevalere in ciascuno l’idea di arroccarsi in una dimensione identitaria: un po’ per conforto, un po’ per rassicurazione; ma con l’idea che questo possa essere l’antidoto al processo di melting pot in corso. Tutto questo lo si può affrontare in due modi: lo si può affrontare accettandolo passivamente. Ma il rischio dell’accettazione passiva è che si finisca con il legittimare anche le forme attraverso le quali questa identità figlia di divisioni culturali, religiose, di concezioni della comunità pubblica diversa dalle nostre, si fa integralista, fino ai rischi del fondamentalismo. Oppure lo si può accettare con l’idea che l’identità non sia uno straccio. E che l’identità sia figlia della storia, delle culture, delle radici, delle ragioni e che sia un valore. Perché se è vero che è necessario il dialogo, il dialogo ha senso se ci sono tante identità. E se qualcuno afferma e difende queste identità. La grandezza della cultura politica dovrebbe essere quella di far convivere la propria identità con la disponibilità all’apertura. Qui sta l’idea del rapporto tra stato laico e punto di vista religioso”.
Veltroni ora entra nel cuore del discorso: “Personalmente non sono credente e non avrebbe senso che io fossi considerato un christian leader, anche perché esiste una sfera che è assolutamente personale che mi dà fastidio dover usare quando c’è qualcosa che è pubblico (ho visto, a proposito del rapporto tra politica e religione, trasformazioni troppo repentine determinate dalle contingenze del momento). Però vorrei che la mia idea fosse chiara: a me ha sempre culturalmente affascinato la vocazione pastorale della chiesa mentre mi piace meno quella chiesa che ogni giorno sforna prescrizioni morali di comportamento: lo considero un po’ una riduzione della grandezza della missione e della funzione della stessa chiesa. Io sono stato molto affascinato da Giovanni Paolo II, l’ho conosciuto ho avuto modo di parlare con lui diverse volte, mi piaceva enormemente la coesistenza in lui di identità e dialogo. Mi piaceva il fatto che sulle questioni che attengono alla responsabilità della chiesa lui avesse le sue posizioni, che per altro misurava con grandissima sapienza. Ma non dimentichiamolo mai è stato il Papa delle invettive contro il capitalismo egoista, è stato il Papa che ha denunciato lo strazio dell’Africa, è stato il Papa più impegnato per la pace e il dialogo tra le religioni. Ecco: a me interessa che nel Partito democratico ci siano persone che portano il punto di vista, le esperienze, la cultura religiosa con la disponibilità a incontrarle laicamente. Come dice il Dalai Lama, ‘la religione deve in qualche misura sempre essere consapevole del carattere parziale, limitato della sua funzione’”.
Manca però, nel discorso di Veltroni, un concetto chiave: la libertà di coscienza. Quella libertà che, due settimane fa, ha portato la cattolica Paola Binetti a votare “no” alla fiducia di Romano Prodi sull’emendamento che a sinistra continuano a chiamare “antiomofobico” e in realtà riguarda l’identità di genere, cioè una formula ideologica. Omofobia è una parola che Veltroni conosce bene; e che, in un certo senso, ha affrontato anche ieri in consiglio comunale, dove è stato votato un testo presentato dal consigliere della Rosa nel Pugno Gianluca Quadrana sul tema del registro delle unioni civili. Veltroni la pensa così. “Su questo argomento, a Roma, abbiamo già fatto un grandissimo passo in avanti. Mi spiego: tutto ciò che è previsto nelle politiche sociali lo diamo attraverso la residenza anagrafica, per cui se due persone risiedono anagraficamente nello stesso posto hanno la possibilità di accedervi indipendentemente dalla natura della relazione che li ha portati a vivere sotto lo stesso tetto. Ecco, penso che quello che si sta facendo in Parlamento con i Cus sia una base abbastanza giusta; cioè l’idea di avere definizione in forma privata dell’identità di relazione che c’è e che può essere diversa da quella della famiglia tradizionale, anche se io sono perché la famiglia costituzionalmente prevista sia assolutamente garantita. Però i Cus sono una buona base su cui ragionare”. E il matrimonio tra omosessuali? “I Cus sono una buona base su cui ragionare”, ripete Veltroni. Che poi aggiunge: “Non mi piace tra i cattolici, tanto quanto non mi piace tra i laici, quando si utilizzano vicende di questa delicatezza a fini simbolici. Alla mia domanda ai presentatori della proposta del registro sulle coppie di fatto, ‘cosa cambia nella vita delle coppie di fatto delle quali parliamo’ la risposta è: ‘Nulla, ma ha un valore simbolico’. Ecco, a me piacciono le cose concrete. Mi piace costituirmi parte civile con il comune quando un omosessuale viene aggredito. Mi piace dedicare una strada a un omosessuale che è stato ucciso e che è vittima dell’omofobia. Mi piacciono le cose che abbiano una loro concretezza nella vita delle persone”.

A sostegno della democrazia elevata a sistema


Con l’implosione dell’Unione Sovietica, con l’affermarsi in modo sempre più massiccio del processo di globalizzazione, in Italia le grandi forze portatrici di onestà e di conseguente elevato livello culturale, hanno annaspato alla ricerca di un sistema adeguato alla mutata temperie.
In questo vuoto di chiarezza politica, il devastante inserimento berlusconiano di anticultura verso lo Stato e le sue forme democratiche, la demolizione e ribaltamento dei valori costituzionali; l’assunzione della irresponsabilità come forma di governo e fuorviante verso le giovani generazioni, sono fattori che hanno destabilizzato e disonorato il sistema Italia sia all’interno che all’esterno del paese.
Il Partito Democratico in questo contesto di disgregazione è la più grande risposta innovativa per ricostruire buona politica, correttezza, cultura, economia, risanamento. Dall’opposizione e dalle altre forze politiche nazionali guardano a questa esperienza con attenzione e rispetto perché ne hanno capito portata e importanza; altrettanta attenzione viene dall’estero dove l’esperienza italiana fa ancora una volta scuola di laboratorio, crescita e riscatto.
Un fatto nuovo, quindi, che però sorprende coloro i quali all’interno dei vecchi partititi costituenti il PD, erano abituati a comportarsi come il sovrano che ascolta la base per saggiarne gli umori e per orientarla ma alla fine è lui che decide quali sono i suoi cortigiani o consiglieri e anche i suoi successori. Con il PD cambia tutto, anche al suo interno, rispetto alle esperienze maturarate in precendenza nei partiti suoi costituenti. Il termine democrazia diviene sostantivo e non orpello.
Pertanto anche nel PD il Re resta nudo. E disarmato. La democrazia sta vincendo e re diviene il popolo, il cittadino, il militante. Il Partito sarà più forte, i suoi ricambi più giovani, moderni, condivisi e più stimati
Nel secolo breve le grandi masse avevano bisogno di riscattarsi dalla miseria più profonda. Una chiesa e un Dio da una parte per farla sopportare senza rivolte; un’ideale e un’altra chiesa dall’altra per riscattare il diritto a una miglior vita terrena. Entrambe regni di chi, fattosi prete, acquisiva il diritto di regnare e di scalarne i livelli massimi. L’obiettivo era chiaro e le lotte erano intestine. Da sempre i gruppi più scaltri, aggressivi, meno scrupolosi, hanno sopraffatto gli altri, quelli più idealisti, fiduciosi e scrupolosi.
I nuovi termini di confronto e di scontro hanno bisogno di dirigenti eletti per fare politica, della quale davvero, debbono poi rispondere ai cittadini e militanti del PD. Risponderenno dovutamente attraverso le primarie con voto segreto. Compiti nuovi quindi: dove il dirigente anzichè occupato a garantirsi sostenitori e successori farà politica formando anche nuovi quadri che poi sarà l’elettore a deciderne ruolo e apprezzamento.
Marzino Macchi

venerdì 7 dicembre 2007

Diario del Partito Democratico

La rubrica di Claudio Frontera

LUCI E OMBRE DELL'AVVIO DEL PD

Molte più le luci di questo atteso inizio del Pd, ma alle ombre, per quanto minime, è sempre buon metodo prestare grande attenzione.
Dunque parliamo prima del grande impatto positivo, e vediamo i risultati del PD in un mese e mezzo dalle primarie del 14 Ottobre:

  • ha restituito credibilità alla politica, che si trovava sotto botta per la campagna sulla “casta” e gli attacchi di Grillo e Confindustria e indebolita per la delusione del popolo di centrosinistra nei confronti del governo Prodi;
  • ha rimesso in movimento la partita essenziale delle riforme istituzionali ed elettorale, necessarie a ricreare in modo stabile un circuito di fiducia tra cittadini e Stato con nuove proposte e coraggiose iniziative;
  • ha movimentato un sistema politico prigioniero delle sue stesse rigidità, provocando, con la forza della novità e della rottura degli schemi, il collasso della Casa delle Libertà, oggi alla ricerca di n nuovo assetto e divisa al suo interno, nonché nuovi processi di aggregazione delle forze più piccole, sia a sinistra che al centro;
  • ha conquistato e consolidato un’immagine di forte innovazione nel panorama politico italiano, sia per quanto riguarda il rinnovamento generazionale che per quanto riguarda la parità di genere, vera svolta storica della politica italiana, nella quale, con la nascita di un PD con organismi costituenti composti con equilibrio di genere, per la prima volta le donne sono pienamente protagoniste ;
  • si è avviato nel modo giusto, a partire dalla scelta di un simbolo bello, efficace e significativo, un processo costituente che è anche costruzione e radicamento di un vero partito capace di innovare, ma per svolgere fino in fondo il ruolo che la Costituzione repubblicana assegna ai partiti politici, quali organizzatori fondamentali della vita democratica nazionale e locale.

Molto meno rilevanti, ma da non sottovalutare, gli aspetti su cui agire per prevenire difficoltà e problemi:

durante la fase costituente, fatta di organismi provvisori, processi e percorsi, i vecchi partiti Ds e Margherita non ci sono più e il Pd trova oggettive difficoltà ad essere in campo sul territorio, sulle cose che interessano i cittadini, come il lavoro, il futuro del Welfare, la sicurezza, la qualità della vita delle città, ecc. con proposte e iniziative. Nel frattempo, però la politica non si ferma, a livello nazionale, regionale e locale. Quali e dove sono le opportunità di schierare il Pd, per quanto provvisorio nei suoi assetti, sui problemi di cui ogni giorno si parla. Spetta evidentemente ai coordinatori e ai coordinamenti ad ogni livello l’impegnativo compito di coinvolgere il nuovo partito sulle cose reali, aiutandolo a discutere. Chi non vuole un forte PD non lo contrasta direttamente, dopo il risultato imponente di partecipazione del 14 Ottobre, ma può essere tentato di svuotarlo e delegittimarlo, escludendolo dalle decisioni concrete. C’è il rischio di una confusa fase fatta di discussioni aeree sui massimi sistemi, forum tematici senza coordinamento, riunioni senza conclusioni, ecc Alla fine un simile processo porterà probabilmente alla nascita di un nuovo soggetto politico, con un’identità e una cultura frutto di un lungo processo di maturazione. Alla lunga, è probabile. Ma il futuro dell’Italia si decide a breve termine, per la crisi evidente di un assetto politico e di governo fondato su una maggioranza limitata e profondamente divisa e il PD rischia di trovarsi, suo malgrado, alla finestra. Lo stesso dicasi per i livelli locali, dovunque caratterizzati, in maniera diversa e diversamente intensa, da riorganizzazioni e ridefinizioni di alleanze e priorità. E’ urgente che il PD sia in campo, ogni giorno, come la gente che ha votato il 14 ottobre si aspetta.

Claudio Frontera,
costituente regionale

DIARIO DEL PARTITO DEMOCRATICO

LA RUBRICA DI CLAUDIO FRONTERA
MANIFESTO PROGRAMMATICO DEL PD TOSCANO.
L’Assemblea costituente regionale del PD ha deciso, in attuazione del dispositivo nazionale, tra l’altro, anche di avviare il percorso per costruire un documento politico regionale, da approvare da parte della stessa assemblea costituente regionale secondo modi e tempi espressamente previsti, dotandosi, a tale scopo, di una Commissione regionale, incaricata del compito di redigere il testo da sottoporre all’assemblea per l’approvazione.
La Commissione si è riunita per la prima volta il 4 dicembre 2007 a Firenze. Ha eletto un Presidente e una Relatrice, nelle persone di Michele Gesualdi e di Stella Targetti e ha sviluppato una prima riflessione su metodo di lavoro e finalità del documento, che è stato chiaramente denominato dalla Costituente Regionale, come “Manifesto Programmatico del Pd Toscano”.
Essendo stato chiamato a far parte della Commissione, mi sono interrogato sugli obiettivi attesi del lavoro della Commissione stessa, partendo proprio dalle coordinate salienti del documento da elaborare contenute nel suo titolo e ho proposto al dibattito una mia riflessione, volutamente schematica, basata sull’analisi puntuale delle caratteristiche del documento, desunte dal titolo.
Punto per punto:

1) Manifesto: Questo primo termine significa, con tutta evidenza, che quello di cui c’è bisogno, è un documento breve ed efficace. L’efficacia di un prodotto si misura in rapporto allo scopo del suo uso. In questo caso lo scopo non può essere più chiaro: il documento deve essere utile per comunicare, comunicare idee-forza capaci di entrare in relazione con i tanti elettori del 14 ottobre e con l’intera opinione pubblica. Pertanto, deve saper comunicare. Il “concetto-base” del documento, la sua impostazione, il suo sviluppo, devono puntare alla sintesi, alla chiarezza, alla conquista dell’attenzione e del consenso. Non deve essere una summa, un inventario, un’enciclopedia e nemmeno un proclama, un elenco di “occorre”, un libro dei desideri.

2)Programmatico: un elaborato di proposte, di strategie, di priorità, di traguardi, di obiettivi, ma anche di metodi, strumenti, mezzi, procedure per realizzarli. Quindi, mi sembra chiaro, una cosa ben diversa da una carta dei valori. In una parola, un documento di governo, coerente, chiaramente identificabile con finalità riconoscibili e condivisibili. Non deve essere un ecumenico insieme di propositi tra loro non conciliabili, un imponente e dettagliato documentone, e nemmeno un generico decalogo buono per tutti gli usi. Si deve poter leggere chiaramente, in esso, una cultura riformista in campo; una cultura riformista di tipo nuovo, non semplicemente pragmatica, né inutilmente retorica, capace di prendere le distanze dalla politica degli annunci e di saper vedere le criticità, anche nel buon governo, dove è necessario..

3) del PD: c’è bisogno di un documento in cui si rispecchi non l’‘identità, concetto statico, vecchio, fatalmente tendente a cristallizzarsi in un’ideologia –e non ce n’è bisogno. Quella che si deve rispecchiare nel manifesto è piuttosto la volontà di un partito di tipo nuovo, aperto alla partecipazione degli elettori e dei cittadini, di essere e non solo di “voler essere” maggioritario. Ossia capace di proporre sintesi avanzate e provvisorie, cioè in progress, sulle problematiche più sentite, tali da raccogliere ampio consenso e, in pari tempo, capaci di innovare profondamente. Abbiamo visto significativi esempi in campo di questo modo di essere partito-tendenzialmente-maggioritario, con gli interventi di Veltroni su sicurezza, riforme istituzionali, fisco. Seguiamone la traccia.

4) toscano : si deve certamente tener conto del quadro nazionale, ma il dato rilevante per noi è che in questa regione siamo storicamente forza di governo. Governiamo la Regione e la quasi totalità degli enti locali, in coalizioni più o meno ampie, più o meno solide, ma tutte ancorate ad un robusto riformismo moderno, europeo, capace di essere qualificato riferimento a livello nazionale ed internazionale. Il fatto è che il governo regionale opera sulla base di un Programma Regionale di Sviluppo datato 2006-2010! Siamo nel 2007 : il governo della regione non comincia oggi e nemmeno domattina. E’ quindi tutt’altro che semplice elaborare un documento programmatico in questo contesto. In che senso? Intendo dire che se il Manifesto sarà troppo generico non servirà a nulla e quindi, in un momento costituente, potrà essere persino controproducente. Se sarà troppo dettagliato non avrà molto valore di fronte a quell’imponente sistema programmatorio che è proprio della regione Toscana. Se sarà troppo conforme ai riferimenti culturali presenti nella programmazione attuale, sarà privo di quel significato innovativo che ci si attende. Se sarà troppo “novista” rischia di essere frainteso. Occorre dunque molto equilibrio, ma anche molta fantasia, coraggio e disponibilità a pensare in modo nuovo per fare qualcosa di veramente utile. Non sarà facile, ma sono certo che faremo un buon lavoro.
Claudio Frontera
costituente regionale

giovedì 6 dicembre 2007

PD, primarie per eleggere i delegati


L'UNITA'

6/11/07
Domani il segretario Veltroni apre a Firenze la campagna di costruzione del partito
Sonia Renzini
SARÀ la base del partito democratico a scegliere i delegati che voteranno i segretari provinciali e comunali. Secondo un sistema ormai collaudato: primarie all'americana all'insegna delle pari opportunità. Perché, i votanti dovranno necessariamente eleggere un uomo e una donna, o la scheda sarà considerata nulla. C'è di più. Chiunque potrà autocandidarsi senza alcuna necessità
di raccogliere firme per la presentazione. Lo ha annunciato ieri il segretario regionale del Pd Andrea Manciulli insieme alla vice Caterina Bini e Antonello Giacomelli dell'esecutivo nazionale.
L'occasione, la campagna nazionale per la costruzione del Pd Walter Veltroni che partirà ufficialmente domani da Firenze con il segretario Walter Veltroni (al Palazzo dei congressi alle 21). «11 nostro obiettivo è arrivare in due mesi ad avere i primi rappresentanti territoriali del partito - dice Manciulli - nascerà un luogo del Pd in ogni comune e in ogni quartiere. Vogliamo una casa collettiva che ognuno deve avere a disposizione, per questo saremo presenti anche con i gazebo nelle piazze». 11 regolamento, approvato dal coordinamento regionale il 29 novembre,
prevede che tutti i cittadini che hanno votato per le primarie del 14 ottobre possano richiedere
e ricevere il certificato di"fondatore del Pd", dopodiché potranno partecipare alle assemblee
dei circoli di base. In realtà, il certificato potrà essere richiesto anche da chi il 14 ottobre non ha votato, basterà che si rivolga agli uffici tecnici amministrativi provinciali non oltre il giorno precedente allo svolgimento della propria assemblea. «La volontà di recuperare la partecipazione anche di chi non ha votato il 14 ottobre è un'intuizione toscana - dice Giacomelli - e fa parte di un modello che viene discusso attentamente a livello nazionale».

A chi riceve il certificatoverràchiesto un contributo volontario per finanziare la fase costituente
del Pd sul territorio. I fondatori saranno poi chiamati a partecipare alle assemblee dei rispettivi
circoli di base, convocate tra il 12 dicembre e il 31 gennaio dai coordinatori territoriali provvisori eletti lo scorso 24 novembre. Durante le assemblee dei circoli verranno eletti i delegati di quelle comunali e territoriali. Chi vorrà, potrà presentare la propria autocandidatura a delegato agli uffici tecnico-amministrativi provinciali o all'inizio dei lavori dell'assemblea del circolo. Due le schede che saranno ricevute da ogni "fondatore": una per l'elezione dei delegati all'assemblea comunale e una per votare quelli dell'assemblea territoriale. I delegati eletti si riuniranno dopodiché, insieme agli eletti delle primarie del 14 ottobre, entro il 10 febbraio per eleggere il coordinatore di circolo e il segretario comunale. Prevista, invece, entro il 24 febbraio la conclusione dei lavori per l'elezione del segretario provinciale. «Ciò che vogliamo è un partito aperto aicittadini», conclude Manciulli.

lunedì 3 dicembre 2007

La casta partitica non molla il potere

La Repubblica
3 dicembre 2007, pag. 19
di Mario Pirani
Avvertenza per il letto­re: questo è un pezzo sul potere partitocra­tico. Se si parla del di­segno di legge che ha per titolo "Interventi per la qualità e la si­curezza del Servizio sanitario nazionale", approvato dal Consiglio dei ministri, è solo perché lo assumiamo come parametro tipico dell'invadenza della nomenklatura. Ricordo ai lettori che Repubblica ha condotto su questo punto una lunga batta­glia senza successo per ottene­re misure che sbarrassero la ge­stione ospedaliera al potere politico.
Se su quest'ultimo, infatti, ri­cade su scala nazionale e regio­nale il compito di elaborare e fissare le linee guida della politica sanitaria e di quant'altro at­tiene alle strategie per attuarla, questo stesso potere dovrebbe arrestarsi laddove subentra la cura e l'assistenza diretta ai pazienti, soggette, se mai, al filtro tecnico delle indispensabili strutture di verifica e controllo. Figura di raccordo fra i due pia­ni è il direttore generale. A que­sto schema dovrebbero corrispondere criteri di nomina coerenti: i direttori generali, pur es­sendo naturalmente il braccio operativo del governo regionale, andrebbero selezionati in base ad acclarate competenze professionali ma le defatiganti trattative sulla suddivisioni di questi posti tra le varie correnti della maggioranza di volta in volta in auge e la drastica sosti­tuzione di buoni e cattivi senza differenza, quando subentra un'altra maggioranza, com­provano che il criterio è un al­tro: quello della affidabilità e appartenenza politica. Pazien­za se i guasti si fermassero qui e i medici fossero salvaguardati da simile servaggio. Non è così e su queste colonne l'ho raccontato più volte, fino a stanca­re me e i lettori, con molti esem­pie giuste proteste. I primari dei vari reparti o dirigenti di II livel­lo (e, ancor peggio i "primarietti") vengono designati dai direttori generali e così anche i primari, ancor prima di dimo­strare le loro specifiche compe­tenze professionali, sono og­getto di un mercato dove so­vente la presunta affidabilità politica soverchia un curriculum eccellente. Ho detto «pre­sunta» affidabilità perché assai spesso un medico politicamente neutrale deve, se c'è una selezione in vista, cercarsi affanno­samente una qualche sponso­rizzazione partitica per gareggiare con qualche possibilità di successo. Quando ascese al go­verno Prodi ci si attese una svol­ta, anche per il gran parlare che si fece sulla trasparenza, il me­rito, le qualità di eccellenza che andavano raggiunte per far ri­salire l'Italia. Italianieuropei, la fondazione di D'Alema e Ama­to, organizzò tre seminari sulla Sanità dove venne esplicita­mente discussa la proposta, illustrata su Repubblica, per il varo di un sistema concorsuale severissimo per i primari, con esclusione assoluta di qualsiasi ingerenza dei direttori genera­li, ed esito certificato da classi­fiche inderogabili e da giurie qualificate estratte a sorte su scala nazionale. Molte discus­sioni, anche private, ebbero luogo con Livia Turco che si di­chiarò convintissima (non cre­do di svelare un segreto) essere questo l'unico metodo per evitare l'influenza partitica nelle nomine. Non celò, peraltro, qualche preoccupazione per la resistenza delle regioni, in par­ticolare le "rosse" Emilia e To­scana che, dietro l'avallo di una indubbia efficienza, pretende­vano che la legge non scalfisse i poteri di nomina attribuiti ai direttori. Ne è uscita una proce­dura bizantina: la giuria è di cinque membri (di cui uno nominato dal direttore generale) e gli altri quattro scelti (sempre sotto controllo del direttore ge­nerale) fra una rosa di otto pri­mari sorteggiati in ambito re­gionale (perché non naziona­le?). I criteri di valutazione dei concorrenti restano estrema­mente generici. Dopo di che fra tre candidati prescelti senza classifica, sarà sempre il diret­tore generale a decidere. Tanto valeva lasciar le cose come stanno. Quanto al resto della legge vi sono alcune innovazio­ni positive come l'estensione della formazione degli specializzandi agli ospedali e non solo ai policlinici universitari. Assai dubbioso invece il giudizio sul­la creazione di un Sistema na­zionale di valutazione, laddove già esistono l'Agenzia naziona­le per i servizi sanitari regionali, il Siveas (Sistema nazionale di verifica e controllo sull'assi­stenza sanitaria), l'Agenzia per il farmaco, ecc. Occorrerebbe un organismo tecnico indipen­dente di alta e riconosciuta qualifica, non certo un ennesi­mo ente di nomina pubblica. Resta la fievole speranza che il Parlamento modifichi in me­glio la legge. Ma la sostanziale convergenza di tutte le forze politiche nella manomissione della Sanità lascia pochi spazi.

sabato 1 dicembre 2007

RIFORME, BETTINI: INTESA POSSIBILE

MA SARA' TUTTO VERO???
ROMA - L’ultimo giorno da senatore di Goffredo Bettini ricomincia con una messe di riconoscimenti nell’aula di palazzo Madama. I capigruppo dell’opposizione Schifani, Matteoli, Castelli, Storace hanno apprezzata tutti la scelta di Bettini di lasciare il seggio senatoriale per dedicarsi alla costruzione de1 Pd. In un Paese dove normalmente gli incarichi si tende ad accumularli, Bettini è andato in controtendenza, “finalmente qualcuno che invece di tre mestieri ne fa uno hanno detto”.
Venerdi ci sarà l'incontro con Berlusconi: che cosa vi aspettate?
“Veltroni e il Pd sono riusciti a rimettere in moto il sistema politico. Arriviamo a questo incontro dopo aver visto tutti gli altri, ma è chiaro che quello con Berlusconi assume un risalto particolare. Sarebbe un fatto molto importante, inutile negarlo, se sulla legge elettorale si verificasse una convergenza”. Berlusconi dice di preferire il sistema spagnolo.
“Sono prese di posizione dalle quali si capisce che i punti di convergenza con la nostra pro- posta possono essere molti. 1l cosiddetto Vassallum da noi avanzato, un proporzionale moderatamente corretto in senso maggioritario, è in grado di dare un vantaggio alle forze più grandi e di semplificare il quadro politico”.
II leader dell’opposizione parla anche di riforma dei regolamenti. Berlusconi dice di preferire ilsistema spagnolo.
“E' un altro passo avanti in direzione di quel che Veltroni sostiene: aprire una stagione complessiva di riforme”.
E se poi il. Cavaliere vi chiede la data delle elezioni?
“Questo è un tema neanche lontanamente trattabile. Il governo Prodi pur con tutte le difficoltà sta lavorando bene, recupera persino consensi. Berlusconi che ha intelligenza politica sa che quella de1 governo è un'altra partita rispetto agli incontri sulle riforme”.
Un governo istituzionale non favorirebbe l’intesa?
“Per noi c'è Prodi fino alla fine de1 suo mandato”.
Non è peregrina però la tesi di chi dice fatta la nuova legge elettorale si vota. “Consumata la fase delle riforme che riguarda legge elettorale e modifiche istituzionali, una fase che presumibilmente occuperà molti mesi di lavoro, verificheremo se le forze che sostengono Prodi giudicheranno esaurita o meno l'esperienza del governo. Ma certamente a quel punto le elezioni non avrebbero un carattere traumatico”.
Ma il Vassallum non è che favorisca l a nascita di un centro. I Pezzotta, i Tabacci li ammazzate politicamente nella culla?
“Ma perchè dovremmo favorire la formazione di un nuovo centro che condiziona e sceglie ogni volta chi tra i due grandi partiti dovrà governare? Il Pd nasce anche per raccogliere le forze moderate e cattoliche che non scelgono la destra.. Non possiamo ridurre questa nostra ambizione. Altrimenti il Pd diventerebbe una “Cosa 4”, e noi non la vogliamo.Il messaggio ai Pezzotta e Tabacci è che il Pd è una cosa totalmente nuova e democratica un partito the ha dentro enormi spazi anche per loro e per la cultura e la storia the rappresentano”.
C’è sempre il referendum, sullo sfondo.
“ll referendum è meglio dell’attuale legge elettorale, ma è il massimo della contraddizione rispetto al progetto de1 Pd e anche, a quel che vedo, de1nuovo partito di Berlusconi: favorisce le ammucchiate coatte, quando noi aspiriamo invece ad alleanze più omogenee e in grado di raccogliere consenso maggioritario”.
Veniamo al Pd: lo convocherete il congresso?
“In poco più di un mese il Pd ha svolto una attività impressionante: abbiamo nominate un esecutivo con tante donne; sono stati insediati i segretari regionali con i coordinamenti; sono stati eletti i coordinatori provinciali; è stata aperta la sede nazionale; è stato presentato il nuovo simbolo. Ci apprestiamo ora ad aprire ottomila circoli in tutt’Italia per impiantare il partito tra i cittadini. Stiamo discutendo in tre apposite e ampie commissioni la nostra carta dei valori, il codice etico e lo statuto. E' ovvio che dopo questa fase costituente ci sarà un congresso. Ma non sarà un appuntamento simile a quelli che ci stanno alle spalle, modalità, tempi e forme le striamo discutendo nella commissione statuto. Per tutto questo ritengo assurdo, fuori tempo e fuori luogo, l’odg che alcuni hanno presentato per um congresso subito. Volevano l’uovo prima di aver fatto crescere la gallina”.
E delle polemiche su alcune nomine interne e de1 tesoriere Sposetti che non vuole dare soldi a Veltroni, che dice?
“Tutti devono cominciare a entrare nell’ottica del nuovo partito. Ci dobbiamo abituare a non considerarci piu degli ex di qualcosa. La polemica verso Follini è ingiustamente velenosa, Follini è autorevolissimo e bravo, oggi è un dirigente de1Pd. Se ci mettessimo a fare reciproci esami de1 sangue, ognuno dovrebbe continuamente rendere conto de1 proprio passato. Anche le esternazioni di Sposetti sono fuori luogo. Da l’impressione di trattare le risorse dei Ds come se fossero sue. Ripetere che egli non darà un soldo al Pd, alla fine acquista un significato politico inquietante: come a dire, davanti a un eventuale fallimento de1 Pd, rimane sempre in piedi una alternativa politica con ingenti finanziamenti".
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