mercoledì 5 marzo 2008

La figlia di Cardinale: io sostituta di papà?

Corriere della Sera
2008-03-05

Candidata in Sicilia MILANO — Questa cosa del «Cardinale» e poi della parola «donna» sbianchettata sulla lista insospettisce. «Ma no, giuro che non mi hanno messo al posto di mio padre».Però lei è Daniela, figlia del ministro Salvatore Cardinale. Che ha sperato fino all'ultimo. «Ma se aveva scritto anche ai giornali per rinunciare. C'è il limite di mandato, non poteva».L'accusano di nepotismo, di essere figlia di papà? Come la Madia. «Sono orgogliosa di mio padre, è un grande maestro. Ma la Madia che c'entra? L'hanno accusata?».Lei, esattamente, perché è stata candidata? «Il ministro Fioroni mi ha onorato della proposta. Ma ha deciso Marini».E come mai ha scelto lei? «Mi conosce. È venuto da noi in campagna, due anni fa».E vi siete piaciuti subito? «Ha avuto modo di apprezzarmi».Lei ha esperienza di politica? «No. Ma mi ricordo quando hanno eletto mio padre. Avevo 5 anni, una festa bellissima: sventolavamo la bandiera Dc».Insomma, un po' poco. Suo padre dice che lei ha «il morbo della politica», ma che ora deve «volare con le sue ali». Prima ha telefonato: «Trepido, non vorrei che scrivesse che è raccomandata». «Sono orgogliosa di lui».Diciamoci la verità: lei è raccomandata. «Se non fossi stata sua figlia, non avrei conosciuto Fioroni e Marini».E non sarebbe al sesto posto in lista. Prima di Enzo Carra. E della ragazza del call center. «Sì, spero di farcela».Dice suo padre che l'hanno candidata «anche perché è una bella ragazza». «Ah sì? Che carino».Si trova bella? «Carina direi. E fidanzata».Che studi ha fatto? «Ho la laurea triennale al Link Campus di Roma in Scienza della comunicazione. Ora mi sto specializzando in Comunicazione d'impresa e pubblicità a Palermo».Link? L'università di Malta? «Sì. Quella fondata dall'ex ministro Scotti».Ah ecco, Scotti. Anche lì le davano della raccomandata? «Sì, ho dovuto lavorare il doppio».Che vita fa? «Sono una persona normale. Una brava ragazza. Vado a cavallo».Ultimo libro letto? «Ultimamente? Beh no, studio».Dell'aborto che ne pensa? «Che è una scelta difficile. Ma le donne devono essere lasciate libere».A Roma sarà sempre la figlia di Cardinale. «All'inizio sì. Poi mi farò valere». Alla fine ha deciso Marini Non ho esperienza politica: quando hanno eletto papà avevo 5 anni, mi ricordo la festa con la bandiera dc Daniela Cardinale Alessandro Trocino




Il sindaco di Venezia «Con le scelte dall'alto e le signorine grandi firme non si costruisce un partito»

Corriere della Sera
2008-03-05
ROMA

Candidando «le signorine grandi firme» si possono anche vincere le elezioni ma «non si costruisce un partito».È durissimo il giudizio di Massimo Cacciari, il sindaco-filosofo di Venezia, sulla gestione delle candidature, in particolare nel Nord-Est.Veltroni ha estratto per il Veneto una delle sue carte a sorpresa più riuscite: ha candidato capolista il presidente di Federmeccanica Massimo Calearo, imprenditore di simpatie di centrodestra. «Premetto che non lo conosco personalmente, Massimo Calearo, e dunque non dò un giudizio sulla persona ».Ma... «Ma non credo che possa spostare un solo voto verso di noi. O meglio, la somma algebrica di qualcosa recuperato a destra e di qualche voto perso a sinistra sarà zero».Resta il fatto che ha un valore simbolico. «Il simbolo di una scelta imposta dall'alto, da Roma. Ma non è con i simboli che si fa un partito: se vogliamo costruire un partito dobbiamo radicarci sul territorio, con giovani e donne che rappresentino realtà culturali e anche imprenditoriali e non con le signorine grandi firme».Aver candidato Calearo infrange un tabù: la sinistra non parla agli imprenditori del Nord est. «Ma stiamo scherzando? Ci sono da sempre imprenditori veneti con simpatie per il centrosinistra. Abbiamo avuto Massimo Carraro candidato governatore della Regione. E poi ci sono stati i Marzotto, Pietro e Paolo, e Benetton che era con i repubblicani. Ma non è con questi imprenditori, anche di spessore culturale, che si modificano le traiettorie storiche in questa regione. Non le modifichi con gli escamotage. Bisogna saper parlare con 10 mila piccoli imprenditori, avere strutture di partito credibili, fare in modo che loro possano avere fiducia in te. Il resto sono fesserie alla Berlusconi. Noi vogliamo assomigliare a Berlusconi?» Insomma lei Calearo non l'avrebbe voluto in lista. «Non mi interessa parlare di Calearo o di un altro, per giunta non lo conosco.E lungi da me gettare la croce su Tizio o Caio. Sto facendo un discorso di prospettiva: dobbiamo capire se vogliamo costruire un partito con scelte di impegno e di sostanza o solo con l'immagine. È pur vero che molto dipende dal fatto che c'è questa legge elettorale che spinge a fare le liste pessimamente ».La legge è brutta, ma un po' di discrezionalità ai segretari, anzi molta, nel fare le liste la garantisce. «La legge elettorale spinge a centralizzare le candidature, anche se si parte con le migliori buone intenzioni si finisce male. Bisognerebbe essere obbligati a tenere conto dell'espressione del territorio. Io credo che una grande, enorme, responsabilità ce l'ha il governo Prodi: quella di non aver fatto una riforma elettorale che cambiasse questo meccanismo perverso».Si dovevano fare le primarie per i candidati? «Ma no, era impensabile fare le primarie, ma così sono decise tutte le candidature al centro e con logiche di corrente ».È vero che il Partito democratico in autunno era partito con un forte coinvolgimento del territorio, delle forze giovani. «Ma adesso io voglio sapere se Veltroni vuole fare un partito o un movimento a spot tipo quello del Cavaliere. Se si va in questa direzione, fottiamocene di donne e giovani e facciamoli fuori per paracadutare uno in un posto solo perché ha una buona immagine. Dobbiamo deciderci su cosa vogliamo fare da grandi: Berlusconi con questa logica dell'immagine ha vinto due volte ma noi credo vogliamo fare un partito e non Forza Italia o Forza Milan ».Lei crede nella rimonta? «Veltroni ha una bella immagine, sa comunicare. Mi auguro che possa anche vincere. Ma io guardo al di là del mio naso, e mal me ne incoglie ogni volta, e mi domando: quando cambierà la legge elettorale, che prima o poi cambierà, cambierà il modo di scegliere i candidati o questa è una scelta culturale? » E cosa risponde? «È presto per dirlo».Gianna Fregonara


LA VITTORIA DEI CONTENITORI


Corriere della Sera - 2008-03-05
di GIUSEPPE DE RITA
In una campagna elettorale per il momento deludente c'è un aspetto che non è stato adeguatamente messo a fuoco: nelle nostre vicende sociopolitiche il fattore appartenenza sta irrevocabilmente vincendo sul fattore identità.Molte formazioni a lungo identitarie tendono infatti a intrupparsi in appartenenze di più tenue caratterizzazione. L'identità radicale, forse per anni la più marcata, si stempera in una potente lista elettorale sposandone le proposte più lontane dalla propria storia; l'identità post-fascista, che pure ha attraversato l'Italia degli ultimi sessanta anni, si scioglie in un grande raggruppamento di destra, fatalmente populista e un po' generico; l'identità socialista, storicamente ancora più pesante, rischia di scomparire dalla scena se non entra nel Partito democratico. E mette conto di ricordare che in quest'ultimo sono confluite, alla faticosa ricerca di una più ampia appartenenza, i resti delle due grandi identità politiche (comunista e democristiana) che hanno fatto la storia collettiva del Paese.Tutti nei grandi contenitori, l'identità resta un residuo del passato: non più brand competitivo ma brandello d'immagine. Quando non degrada ad arma contrattuale: si rivendica spesso un'identità per rivendicare un peso (anche di candidati) ma l'appartenenza è fuori discussione. Perché è l'appartenenza, e solo lei, il fattore che tiene insieme i pezzi.Il crescente primato dell'appartenenza sull'identità è molto più serio di una strategia elettorale, ha anche valenza politica e riscontro sociale. Se si pensa alla valenza politica è quasi banale dire che la condensazione cui stiamo assistendo (pochi partiti e, se possibile, grandi) rispecchia da un lato la stanchezza di tutti, anche dei protagonisti, verso la frammentazione partitica generata da sempre più residuali identità collettive; ma ancor più rispecchia l'obbligata onnicomprensività (l'et et) cui deve obbedire ogni grande contenitore che voglia corrispondere alle domande (o ai disagi) degli elettori. Ma anche nella realtà sociale dobbiamo constatare il primato dell'appartenenza sull'identità. Si pensi ai due estremi delle strutture di rappresentanza: da una parte i grandi sindacati sviluppano strategie e connotazioni di grande appartenenza (la cosa è visibilissima nelle realtà locali e specialmente nella Cisl); dall'altra, le grandi centrali datoriali o si condensano in più ampie appartenenze (la concentrazione delle rappresentanze assicurative e finanziarie) oppure, come nella rappresentanza industriale, valgono più i circuiti di appartenenza confederale che gli interessi e i comportamenti che fanno l'identità industriale, individuale o collettiva che sia.Dobbiamo tutti renderci conto che nella nostra società dominano le appartenenze: quelle elettorali, quelle politiche, quelle sociali, e anche quelle di quotidiana vita collettiva, (di cui la faccia buona è il volontariato, quella cattiva sono le bande urbane senza nessuna aspirazione identitaria, neppure di tifo calcistico o di razzismo celtico). Se non ce ne renderemo conto, dovremo aspettare che cresca una nuova classe dirigente temprata dalla prassi dell'appartenenza; se invece qualcuno capirà prima è possibile che le prossime elezioni possano essere vinte da chi si proporrà, con più forza di convincimento, come «grande appartenenza ».

domenica 2 marzo 2008

Veltroni a Livorno

"L'Italia non ha bisogno che qualcuno gli dica di rialzarsi (...) quella che deve rialzarsi è la politica italiana (...) abbiamo bisogno di nuovo, abbiamo bisogno di aria fresca, abbiamo bisogno di non sentire quello che abbiamo sentito per 15 anni..." W.V.

WALTER VELTRONI A LIVORNO




In Parlamento i valori della pace e della coesistenza
A Livorno presentata la candidatura del generale Del Vecchio
Link diretto a questo video

martedì 19 febbraio 2008

Frontera: "Le Primarie?Non facciamole per finta"


Il Tirreno
LUNEDÌ, 18 FEBBRAIO 2008


«È bene che fossero due i candidati in lizza per il vertice cittadino»

LUCIANO DE MAJO
LIVORNO

«Cosa penso dell’assemblea comunale del Pd? Che la presenza di due candidati abbia fatto bene a entrambi. E’ stato un fatto importante, che ha dimostrato come il Partito democratico non sia solo una fusione a freddo di due partiti, ma molto di più».

Claudio Frontera è stato fra quelli che hanno sostenuto la candidatura di Daniele Bettinetti, che poi è stato superato da Giorgia Beltramme nella corsa alla segreteria cittadina del Pd. E giudica con parole positive il fatto che ci sia stato un secondo candidato in lizza. Parole positive che estende al processo costituente del Pd.

«Io che ero un entusiasta di questo nuovo partito - dice - lo sono tuttora. Penso che tutti i passi compiuti siano stati positivi. E’ quasi un miracolo se in pochi mesi è nato un partito nuovo, radicato nei territori e con la metà degli eletti, a tutti i livelli, composta da donne. Non condivido, pertanto, i giudizi liquidatori e negativi. Magari non è esattamente quello che sognavo un anno fa, però siamo ancora in rodaggio, non dimentichiamolo».

E che cosa sognava un anno fa?

«Forse immaginavo un lavoro di approfondimento culturale più affinato. Non sarebbe stato male lavorare a una identità politico-culturale più strutturata. Ma lo ripeto, non è un rimprovero».

Dica la verità, questo Pd è avviato verso la sconfitta...

«Io sono convinto che possa vincere. Esiste la potenzialità reale di passare subito nella fiducia dei cittadini. Ci sono alcuni segnali inequivocabili: è stata una ottima decisione quella di andare da soli. Ed è una scelta di straordinaria efficacia quella che Veltroni sta compiendo sul fronte della comunicazione: fare un programma di dodici punti è un elemento di grandissima innovazione. Secondo me, è una operazione politica di altissimo valore».

Lei dice che il Pd va da solo. Ma se si è appena unito a Di Pietro: insomma, non è che la volontà, in fin dei conti, era quella di scaricare la sinistra?

«No, io credo che il punto sia un altro: la chiarezza della proposta. Se le promesse all’elettorato le fa un soggetto singoli, allora mantenerle è più probabile. Se arrivano da un soggetto plurimo, è tutto più difficile. Questo è un ritorno all’essenza della politica. E’ una rivoluzione copernicana, non so se ci rendiamo conto fino in fondo della sua portata».

Ma quelle per scegliere i candidati, che primarie saranno? Chi potrà votare? Solo gli iscritti o tutti gli elettori?

«Questo è ancora da decidere. Io, se volete sapere il mio parere, sono per fare le primarie sempre e per farle sempre con lo stesso metodo: il massimo dell’apertura. Anche perché cambiare sistema potrebbe generare dubbi e sospetti. E cioè che vi siano dei sistemi più funzionali a determinati obiettivi. Allora, per fugare ogni perplessità, decidiamo di far partecipare tutti gli elettori. E’ meglio. Poi ci sono anche scelte peggiori di non fare le primarie».

Quali?

«Le primarie finte, per esempio. Le primarie sono vere quando chi si esprime può farlo sulla base di opzioni plurime. Se non si fanno, i cittadini hanno la percezione che non si vuole coinvolgerli. Se si fanno senza che siano autentiche, allora hanno l’impressione di essere presi in giro. E non ci sarebbe niente di peggio».

lunedì 18 febbraio 2008

La campagna elettorale del PD è partita alla grande.

Ho scritto un libro, due anni fa, per indicare gli abissali ritardi culturali della sinistra riformista sul fronte della comunicazione. I venti mesi del governo Prodi ne sono stati l’ennesima dolorosa prova. Ma la conferma più vistosa dell’importanza del nodo politica/comunicazione è proprio nell’esordio elettorale del Pd di Veltroni. Politica accessibile, moderna e fattiva da un lato e messaggi chiari, comprensibili e attuali dall’altro, sono tutt’uno. Andare da soli al voto. Una scelta che ha scompaginato il fronte avversario è, in pari tempo, un messaggio di chiarezza che ha spiazzato il variegato fronte dell’antipolitica. Andare da soli significa infatti rischiare e non difendere il potere, riportando la politica all’origine della rappresentanza : la conquista del consenso sulla base di una proposta. Rispetto ad anni di caste inamovibili capaci di mediazioni da contorsionisti per difendere il proprio spazio di visibilità e di contrattazione, un magico punto e a capo.
Efficace anche la scelta del programma essenziale in dodici punti presentato ieri. Rispetto al tomo di 280 pagine del Programma della Fabbrica della coalizione di Prodi, è una scelta di efficienza della politica e anche un messaggio di chiarezza e semplicità. Aver scelto tra questi essenziali punti programmatici misure che dimostrano sintonia con le preoccupazioni delle famiglie come il lavoro e il reddito da lavoro, significa prendere le distanze dalla tecnopolitica della “competitività del sistema paese” . Come dire : farsi capire per dimostrare di aver capito. Aver messo la sicurezza tra le priorità significa aver definitivamente archiviato imbarazzi e reticenze che, da sinistra, avevano permesso alla destra di beneficiare strumentalmente di un vantaggio immeritato su questo fronte.
Con il Pd si respira un’aria nuova e non solo per la scelta azzeccata della location di Spello. C’è di più in questa capacità e soprattutto nella volontà di comunicare: c’è l’inizio di una nuova politica a sinistra. Il messaggio sta arrivando e lascerà il segno.

Claudio Frontera
Membro del coordinamento territoriale di Livorno e dell’assemblea costituente regionale toscana del Pd.

domenica 17 febbraio 2008

I commenti

Anonimo ha detto...
Volevamo esserci e....ci siamo! Finalmente una novità !
17 febbraio 2008 11.11

Pd, Beltramme eletta leader

DOMENICA, 17 FEBBRAIO 2008
IL TIRRENO
L’assemblea comunale sceglie una giovane donna:

è l’ex segretaria cittadina dei Ds


Novità: in lizza uno sfidante. Bettinetti arriva al 17%


«Ma la vera sfida inizia ora: è necessario vincere le elezioni»

LIVORNO. E’ una donna la prima segretaria cittadina del Partito democratico. L’assemblea comunale del Pd ha scelto Giorgia Beltramme, attribuendole un consenso dell’82,7 per cento. L’ex segretaria dell’Unione comunale dei Ds ha ottenuto 240 voti sui 290 voti validi espressi. La differenza rispetto ai congressi nei quali era stata eletta, però, è che questa volta non correva da sola. Non è stata, insomma, la candidata unica, perché dal corpo del Partito democratico della città è uscito un altro pretendente alla segreteria: Daniele Bettinetti, 39 anni, proveniente da ambienti cattolici. A lui sono andati 50 voti. Diciannove, in tutto i voti non validi (13 schede bianche e 6 nulle). Complessivamente hanno votato 309 delegati, eletti nelle consultazioni effettuate al momento della nascita dei circoli del Pd. Sarebbe un errore, comunque, valutare questa sfida come un match fra un’esponente di provenienza Ds (Beltramme) e uno di area Margherita (Bettinetti). Si tratta di uno schema troppo semplice. A sostegno della candidatura dello sconfitto, infatti, c’era tutto quell’ambiente di reti associative che ha partecipato alla stesura del programma di Prodi per le elezioni del 2006 e che si è attivato, subito dopo, proprio per la nascita del Partito democratico, dando impulso alla creazione, anche in città, dell’Associazione per il Partito democratico. Bettinetti ha frequentato a lungo la rete «Incontriamoci» che raccoglie fra i suoi animatori in città l’ex presidente della Provincia Claudio Frontera, oggi vicepresidente della Fondazione Sistema Toscana, e Daniela Miele. Alla fine, la neo-segretaria ha comunque teso la mano all’avversario e a chi l’ha sostenuto, ricordando che la sfida vera comincia ora. «Ci sono queste elezioni da vincere, l’Italia ha bisogno di noi», ha detto Giorgia Beltramme quando nell’auditorium della Camera di commercio, a risultato ufficializzato, erano rimasti ormai pochi intimi. Scena ben diversa, invece, nel pomeriggio, quando la sala era praticamente piena. In ogni caso, Beltramme ha detto anche di aver apprezzato questa prima prova «non da sola». «E’ stata una candidatura della quale abbiamo saputo praticamente all’ultimo momento - ha spiegato - e quindi gli spazi per una possibile mediazione non ci sarebbero stati neanche per questione di tempo». Mediazione che probabilmente Bettinetti non avrebbe accettato, dal momento che ha rivendicato un modo diverso nella scelta e nella selezione dei segretari. «E’ nato un partito nuovo e questo è un fatto che ha entusiasmato tutti noi - ha detto al termine dell’assemblea - e se c’è una cosa che non capisco, è perché si debba continuare a proseguire sulla strada delle candidature uniche. Misurarsi fa sempre bene, a tutti. Questa non è stata una elezione che si è risolta sul filo dei voti, ma io credo che la presenza di due candidati sia stato un elemento assolutamente positivo». Eletta la segretaria cittadina, il Pd si tuffa ora in una campagna elettorale in salita, con i sondaggi che danno gli avversari favoriti. Con un primo scoglio da superare: quello delle candidature per le elezioni politiche. Primarie o “primariette” che siano, la macchina degli iscritti (non è ancora chiaro se stavolta potranno votare anche coloro che si dichiarano elettori del Pd) sta per mettersi in moto. Resta da capire chi si candiderà e con quale sostegno da parte del gruppo dirigente.