giovedì 28 agosto 2008

COMMENTI

Caro Roberto,
dimenticare il presente o il vicinissimo sarebbe stupido, per non dire folle. Sono d'accordo, anche su gran parte dei contenuti indicati - inserendoci i problemi - secondo me seri - del Porto! Ma se non si ha una idea, pur non definita nei dettagli, su dove vogliamo andare come Comunità significa rendere 'improduttiva' ogni proposta. Per rimanere ai tuoi esempi: il nostro sistema produttivo nel suo insieme non solo stenta a ridecollare ma vive strutturalmente alla giornata (così almeno pare), e non da oggi. Non vediamo emergere un minimo di progetto ed obiettivo minimo tendente a rideterminare un rinnovamento della classe dirigente dell'area (non mi riferisco solo all'età!) nelle istituzioni, nell'apparato amministrativo, nelle categorie imprenditoriali, nei partiti, nelle associazioni di ogni tipo. C'è chi confonde ancora rinnovamento con modificazione (fuori lui e c'entro io!)! Può anche manifestarsi così, ma non necessariamente. È urgente ripensare tutti metodi, comportamenti (verso l'interno e verso l'esterno dell'area)contenuti e tendenze. Possiamo farlo solo tutti insieme (compresi gli apparati di partiti, movimenti ed associazioni e, fermo restando che ciascuno deve rimanere autonomo nelle scelte e nei modi d'intervento) perché abbiamo il diritto/dovere di cercare di andare insieme nella stessa direzione a sostegno dell'area e della gente che vi insiste.
Ettore

Cara Daniela,

concordo. Non abbiamo il problema di scegliere Franco o Giuseppe, Laura o Elena; ma la necessità e l’urgenza di definire il percorso di costruzione del PD ai vari livelli (che non può essere quello concordato in questo o quel clan, di vecchia o nuova discendenza) o soprattutto individuare gli obiettivi generali, regionali e locali attraverso un processo credibile di formazione delle decisioni. Un percorso che riguardi prima di tutto il ‘cosa’ e poi il ‘chi’ è in grado di rappresentarla ai vari livelli. La memoria del passato e la capacità e possibilità di leggere il presente sono essenziali, perciò le primarie sono uno strumento di sintesi di quanto percepito nel breve periodo in una data realtà ‘territoriale’ non la proposta delle scelte di questo o quel gruppo interno od esterno al partito, di recente o antica composizione. A Livorno istituzioni e partito tendono ad essere un tutt’uno con la conseguente ricaduta negativa. C’è chi cerca lo scontro sulle persone per nascondere, probabilmente, la debolezza della propria proposta e posizione (quando ce n’è una!) o riscopre l’antica abitudine della propria fazione a confondere l’organizzazione del consenso alle proprie posizioni ed idee come il solo momento ‘democratico’ possibile (salvo farne a meno perché ‘i tempi sono stretti e non lo consentono’). Non per caso avverto, come molti e non da oggi, la mancanza di un “progetto Livorno” condiviso, che guardi ai prossimi 15-20 anni. Possiamo permetterci il lusso di continuare a farne a meno?
Ettore


Caro Ettore,
un progetto che guardi a 15-20 anni s... Caro Ettore, un progetto che guardi a 15-20 anni sarebbe molto importante, ma mi accontenterei anche di un progetto, assai meno ambizioso, che guardasse ai problemi che abbiamo di fronte oggi. Che guardi a una crisi come quella della Delphi, alle prospettive delle riparazioni navali, ai timori sulla sorte della raffineria, alla situazione critica dell'Asa, a una Tia che, fatte anche le correzioni necessarie, incide parecchio sui bilanci delle famiglie. E via dicendo, compresa la questione delle statue, che comunque verrà ricordata per la confusione con cui è stata trattata. Se non si hanno certezze sull'immediato, fare piani a 15, 20 anni ha più il sapore della fuga che altro.
Roberto
PrecarioinRAI ha detto...
Concordo anch'io. Livorno ha bisogno di progettualità e soprattutto di un confronto costruttivo sulle scelte future, che vada oltre la gestione del presente e la riparazione dei danni provocati da errori passati. Lo spirito delle primarie, per come lo intendo io, deve andare oltre i personalismi. Non intendo aggiungere altro al commento di ettore, ha già detto tutto lui, con molta chiarezza e apprezzabile capacità di sintesi.
29 agosto 2008 12.08

mercoledì 27 agosto 2008

Ancora sulle primarie : una riflessione a seguito dell' articolo di Marco Filippi

L’ultimo editoriale del Direttore del Tirreno ha individuato il tema delle primarie come dirimente per il futuro del Pd. Il bivio è chiaro. Da una parte la strada che vede le primarie (secondo lo Statuto parte costitutiva del DNA del PD) come un valore e anche come strumento per conciliare unità e partecipazione, ruolo degli iscritti e proiezione esterna del partito, aiutandolo a superare le difficoltà attuali in una prospettiva di forte apertura; dall’altra la strada che, senza negare apertamente le primarie, le sommerge di “se, ma, però, tuttavia”, ne svuota il significato innovativo e difende una concezione statica e chiusa del partito.
Queste due direzioni di marcia si sono materializzate negli interventi che hanno fatto seguito all’editoriale. Da una parte Claudio Frontera, apprezzando l’accordo di Firenze per “primarie di coalizione aperte”, voluto dal segretario regionale Manciulli, sollecita il PD ad abbracciare dovunque, anche a Livorno, senza riserve, la via dell’innovazione. Se messo in condizione di partecipare serenamente alla scelta dei candidati e della classe dirigente, il “popolo delle primarie” darà prova di maturità e di capacità di leggere i contenuti politici espressi dalle diverse candidature.
Questa opzione, non a caso manifestata da chi crede nella novità del PD da molto prima dei congressi costitutivi, è la via dell’innovazione e della fiducia negli iscritti. E’ una via costruttiva, per l’unità del partito, intesa nell’unico modo in cui oggi si può praticare e cioè come rispetto e cittadinanza di una pluralità di culture politiche.
L’altra strada si è manifestata nell’intervento di Marco Filippi nel quale le primarie retrocedono al banale compito di ratificare scelte fatte dall’alto, in un’ottica vecchia, in cui la funzione dirigente del partito è letta come “prerogativa di un gruppo”. Le opinioni diverse dalla sua non sono riconosciute come legittime, ma bollate come “distorsioni”. Agli iscritti e agli elettori del PD non viene riconosciuta maturità e capacità di giudizio autonome, ma solo l’opportunità di adeguarsi a scelte fatte come se fossero le sole possibili. Conseguentemente si alimentano fantasmi di presunti, perfidi candidati alla ricerca di spazio, senza parlare dei “candidati di fatto” attivissimi nel non lasciare “spazio”. Tra l’altro, in modo incomprensibile per i più, si rievocano passate “consultazioni interne”, nelle quali , pur ottenendo zero preferenze nelle consultazioni, in virtù delle “prerogative del gruppo dirigente”, il nome di Filippi uscì a sorpresa come candidato senatore ed automaticamente, in base alla legge elettorale-“porcellum”, “nominato” parlamentare, ruolo nel quale è stato successivamente, senza primarie o consultazioni, confermato d’ufficio. E’ questo il modello? L’invocazione di umiltà, nonché di gratitudine verso chi in passato gli ha aperto le strade dell’impegno politico, Filippi dovrebbe comunque rivolgerle solo a se stesso. Il bivio è chiaro: è tra due strade e non tra due persone. Chi non vuole che il PD cresca, accentua - e sicuramente accentuerà anche nelle prossime settimane - la lettura personalistica del dibattito interno, sperando nel traino assicurato da chi ricopre pro tempore incarichi importanti, non importa se per merito o per fedeltà. Chi dà fiducia al partito richiama invece l’attenzione agli argomenti , con quell’ottimismo della volontà che è alla base della politica come servizio e non della politica come carriera.


Daniela Miele
Coordinatrice territoriale
Associazione INCONTRIAMOCI
Livorno 27/08/08

lunedì 25 agosto 2008

I commenti dei nostri lettori



Cara Daniela, ti ringrazio per avermi informato di questo scritto di Frontera. Stai facendo un lavoro davvero prezioso per chi, come me, crede che i partiti, e quindi anche il PD, devono porsi al servizio della società, e non considerare la società terreno di conquista. In fondo è quello che sere fa ha detto con forza Goffredo Bettini alla festa del PD di Livorno.
Buon lavoro,Roberto Malfatti.
25 agosto 2008 15.32


PrecarioinRAI ha detto...
Spero che le Primarie, stavolta, si facciano. Il discorso delle primarie di coalizione mi preoccupa un po', anche perché le trovo inutili e fuorvianti. E' talmente complicata la situazione del PD che non capisco come mai trasferire il problema al di fuori del partito. E poi, quale coalizione? Ricominciare a costituire l'Armata Brancaleone come ai tempi dell'Unione, coi risultati che abbiamo visto? Risultati che non sono imputabili alla base, ma ai dirigenti. Quei famosi dirigenti "coi quali non vinceremo mai", come diceva Nanni Moretti nel famoso intervento a Piazza Navona sei anni fa. I quali dirigenti, poi, quando l'Unione vinse le elezioni nel 2006, si tolsero la soddisfazione di dire che "si era vinto, invece". Sì, imbarcando Mastella e certi rifondaroli irriducibili che minarono subito le fondamenta della maggioranza. Vogliamo renderci conto che il centralismo democratico è affondato da un pezzo? Che non è il caso di procedere oltre con la difesa della nomenklatura e con la necessità di garantire un posto di lavoro agli ex amministratori locali? Nonostante tutto, qui a Livorno mi sembra che si proceda ancora come ai tempi della Federazione in piazza della Repubblica 27. E che si sia convinti che, nonostante tutto, il centrosinistra "terrà" anche alle prossime elezioni. Nella città con la TIA più alta d'Italia e con le strade più sporche d'Italia. Nella città dove il cinema Odeon è stato demolito senza neanche sapere come fare a far funzionare l'inutile parcheggio che prenderà il suo posto.
Con ASA e ATL che vanno come vanno, con l'Acquario Comunale che verrà ristrutturato nei tempi e nei modi che già abbiamo sperimentato col Goldoni, col Palasport poi PalaAlgida, con piazza Guerrazzi e via pasticciando.
Sì alle primarie, ma discutiamo seriamente su cosa va bene e cosa no in questa città. Discutiamone serenamente all'interno del PD, prima di tutto. Non perché i panni sporchi si lavano in famiglia, ma perché spostare il dibattito all'esterno mi sembra nascondere la polvere sotto il tappeto.
Marco Sisi
25 agosto 2008 19.03

Un commento di Claudio Frontera

L’editoriale del Direttore punta oggi il dito su un aspetto cruciale per il futuro del Pd, quello delle primarie. Un nodo urgente da affrontare, visto che il percorso per la scelta dei candidati alle prossime amministrative si consumerà nei mesi autunnali. Nel ragionamento di Manfellotto, la rilevanza esiziale di questo passaggio è vista in relazione alle difficoltà manifeste del Pd nel metabolizzare la sconfitta elettorale di aprile, da un lato e nell’alto valore rappresentato dalle primarie per l’unità e persino per l’identità del nuovo partito dall’altro. Nello Statuto nazionale e regionale del Pd le primarie hanno appunto questo significato. Le scuse per non farle, finora, nei fatti, però, non sono mancate. alle amministrative di Roma, o per i candidati al Parlamento, il Pd, ha pagato un prezzo inutilmente gravoso per tale scelta. Alle prossime amministrative, se non si facessero, sarebbe peggio. E’ sembrato, in certo momento, che la scusa, per questa volta, si chiamasse “primarie di coalizione”. Non si sa quali saranno le coalizioni per le amministrative, non si ha notizia di pressanti richieste in tal senso degli eventuali alleati, ma ci si è sperticati, in alcuni autorevoli interventi sul tema, nel sostenere la necessità di “primarie di coalizione” e non di partito. La conseguenza, in tal caso, sarebbe che il candidato del Pd non lo sceglierebbero gli elettori del Pd, ma gli apparati del Pd. L’accordo reso noto un paio di giorni fa, trovato dal Pd a Firenze per uscire da questo vicolo cieco, mi sembra però ottimo. Si farebbero primarie di coalizione, per non umiliare gli alleati con scelte preconfezionate, ma si consentirebbe la partecipazione a tali consultazioni, non solo ad uno, ma a più (fino a quattro) candidati del Pd, che potrebbero concorrere, su un piano di parità. Gli elettori della coalizione, a questo punto e non solo del Pd, potrebbero scegliere liberamente. Sarebbe ammesso anche un candidato non espresso da alcun partito, ma proveniente dalla”società civile”, che raccogliesse un certo numero di firme. Staremo a vedere nel dettaglio, ma l’impegno di Manciulli e C. a garantire una scelta vera, libera da condizionamenti, sarebbe egregiamente rispettato da questo sistema. Sempre che, nei gruppi dirigenti del Pd, non ci si limiti ad un richiamo formale “alle regole”, con il rischio di spegnere il valore politico delle primarie, che non sono una procedure come un’altra, da seguire stancamente, ma un valore da promuovere attivamente.
Resta una pesante e sostanziale incognita. Nelle realtà dove ci sono amministratori Pd (sindaci e presidenti di provincia) uscenti, le primarie si possono fare, stando “alle regole” attuali, ma gli amministratori in carica sarebbero candidati d’ufficio, mentre gli eventuali “sfidanti” dovrebbero raccogliere un numero esorbitante di firme (30% dei membri degli organismi) solo per partecipare ad una gara contro amministratori in carica ( dotati pertanto di inarrivabili strumenti di visibilità) sostenuti già da adesso dall’apparato dirigente del partito. In breve, sarebbe una gara truccata. Primarie “vere” vuol dire libertà di scelta tra diversi candidati che gareggiano a parità di condizioni. Quello che vale in qualunque competizione sportiva, economica, professionale o politica. Se le primarie messe in campo dal Pd in autunno non saranno “vere”, si perderà l’ultimo treno dell’entusiasmo che questo nuovo partito aveva suscitato al suo nascere e di “nuovo” vi resterebbe ben poco…

Claudio Frontera
24/08/2008

domenica 24 agosto 2008

LA SCELTA DEI CANDIDATI PENSANDO AL MODELLO USA

IL TIRRENO
DOMENICA, 24 AGOSTO 2008

MAURO VAIANI
Come spiega il prof. Damiano Anselmi nel suo agile manuale «Convention e primarie: il sistema dei partiti governati dagli elettori», le primarie sono uno strumento che affascina le élite emergenti e le crescenti reti di cittadinanza attiva. Sono destinate a diffondersi, come moderno strumento di selezione dei leader. Garantiranno, in un futuro forse meno lontano di quanto si pensi, che i grandi partiti siano retti da leadership responsabili e riconosciute. Elimineranno, progressivamente, le vecchie clientelari preferenze o le famigerate “votazioni interne” fra ristrette conventicole di partito. Il futuro delle primarie non è la ripetizione di quei soporiferi plebisciti con cui sono state ratificate dagli elettori del centrosinistra la candidatura di Prodi nel 2005 e la leadership di Veltroni sul PD nel 2007. Se esistono idee e progetti concorrenti, se ci sono persone disposte a portarli coraggiosamente avanti, se si è in grado di raccogliere denaro e consenso, se ci sono gusto del rischio e sincera competizione, le primarie possono trasformarsi in competizioni divertenti e imprevedibili, dove i favoriti possono soccombere, in favore di outsider e volti nuovi. Le primarie tendono a diventare sempre meno una sorta di “amichevole” dall’esito prevedibile, se non addirittura scontato, e sempre di più un lungo “campionato”, ricco di imprevisti. Un processo che si prolunga nel tempo, che si scompone in una serie di appuntamenti intermedi, che consente di mettere alla prova i candidati nel tempo e nello spazio, senza esaurirsi in una unica consultazione, in una unica giornata, in un unico scrutinio. L’esempio che colpisce maggiormente l’immaginazione globale è sempre quello dei candidati alla presidenza degli Stati Uniti, che si guadagnano la “nomination” attraverso oltre un anno di duro lavoro, in cui viaggiano in ogni angolo del paese, superando uno specifico esame elettorale locale, da parte dei sostenitori del loro partito, in ciascuno dei 50 stati dell’Unione. Mutatis mutandis, non è poi così irragionevole immaginare che le primarie per la scelta, per esempio, dei candidati sindaci o presidenti di provincia, di Firenze, Prato, Livorno, vengano celebrate attraverso dei calendari di consultazioni circoscrizione per circoscrizione, comune per comune, in più turni, che consentano l’eliminazione progressiva dei candidati di bandiera, con una graduale messa a fuoco delle caratteristiche umane e politiche di coloro che restano in gara. Forse un tale cambiamento non potrà affermarsi in questo imminente anno elettorale 2009, in cui il Pd è purtroppo l’ombelico della conservazione toscana e italiana e il Pdl è ancora troppo embrionale...Oppure sì?

SE FOSSERO VERE PRIMARIE...

IL TIRRENO
DOMENICA, 24 AGOSTO 2008

Il popolo riformista di centro e di sinistra non è mai stato così frastornato come oggi. La sconfitta elettorale di aprile è stata dura e per molti inattesa, almeno nelle dimensioni; la nuova leadership veltroniana, nonostante un significativo 33 per cento, ne è uscita colpita e indebolita; la sinistra radicale è scomparsa dal Parlamento mentre è emersa una fascia fortemente protestataria che si riconosce in Antonio Di Pietro. Quando si perde, poi, più marcate emergono discrepanze e contraddizioni che una vittoria avrebbe invece aiutato a ricomporre o a mascherare. E dio solo sa quanto profonde siano le diversità d’accento all’interno del giovane Partito democratico. È così che il gruppo dirigente battuto da Berlusconi si presenta alla festa di Firenze (del Pd? dell’Unità?), il tradizionale appuntamento con il quale riprende il dibattito politico dopo la pausa estiva. Vedremo, ascolteremo, cercheremo di capire. Ma l’impressione è che nessuno abbia chiaro in mente che cosa fare, quale sia il progetto sul quale impegnare la nuova formazione, e duole che l’estate se ne sia andata solo nel valutare se fosse opportuno o meno partecipare a varie commissioni bipartisan (Alemanno, Calderoli) per discutere di non meglio definite riforme e nel vano impegno di regolare vecchi conti interni: le discussioni masochiste sulle scelte di Chiamparino, l’amaro caso Bassolino (se ne ricordano ora?), la guerra sul nome di candidati a cariche importanti (valga per tutte la poltrona di sindaco di Firenze). In quanto alle truppe del Pd il rischio, per dirla con Arturo Parisi, “è che precipitino dalla schizofrenia alla depressione”. Il caustico ex ministro sarà anche un ferreo oppositore della leadership veltroniana, ma per arrivare a parlare così le cose da quelle parti non devono andare per niente bene. Certo, “depressione” suona alquanto provocatorio, ma che cambia se scegliamo invece delusione, disaffezione, incertezza? Quel che è certo è che sarà maledettamente difficile ridare slancio all’opposizione e a chi ha scommesso sul neonato partito del centro sinistra. Per una questione di contenuti, ma anche di modi e di forme che in politica contano altrettanto e che forse si stanno colpevolmente sottovalutando. Nel passato recente, i soli due momenti in cui militanti e simpatizzanti del centro sinistra si sono ritrovati uniti e vogliosi di ricominciare a combattere è stato quando sono stati chiamati a votare per le primarie, per scegliere Prodi prima e Veltroni poi come candidato premier. È vero, allora c’era un nemico da combattere - Berlusconi - capace di chiamare al voto e di mettere tutti d’accordo, ma non si deve dimenticare che nelle file del Pd le prime delusioni sono cominciate quando dalle primarie nazionali si è passati a quelle locali e al responso popolare si è preferito il voto di apparato. Con il risultato che in molti casi sono state poi le stesse elezioni a trasformarsi in paradossali primarie, il che ha inevitabilmente penalizzato i candidati di bandiera, da Roma a Pisa a Carrara. Temo che il meccanismo al quale si sta pensando per i prossimi appuntamenti elettorali non sia quello che gli elettori si aspettano: saranno molto probabilmente primarie di coalizione e non di partito. Una scelta difensiva il cui unico scopo sembrerebbe quello di non dare ulteriori scossoni a equilibri interni e di alleanze già difficili e precari. E invece da oggi in poi non è questo in discussione, ma prima di tutto la capacità di conservare e “fidelizzare” quanti hanno creduto nella novità del Pd, riportarli a discutere, a credere nel loro ruolo e nella possibilità di incidere sulle scelte successive. Ad avere fiducia in un progetto e in un partito che fin dalla definizione del suo gruppo dirigente mostri di credere in comportamenti affatto diversi da quanti si siano visti finora. È una scommessa, ma non ci sono molte alternative.
Bruno Manfellotto
P.S. A proposito di festa dell’Unità: un abbraccio affettuoso ad Antonio Padellaro e auguri alla “nostra” Concita De Gregorio.

sabato 23 agosto 2008

Il candidato unico e lo spreco delle primarie

LA REPUBBLICA
2008-08-23
BOLOGNA
L´intervento di
GIANFRANCO PASQUINO
Adesso, è sostanzialmente ufficiale. Il coordinatore della segreteria cittadina, lo stesso segretario provinciale, molti dirigenti del Pd sostengono la ricandidatura del sindaco Sergio Cofferati «senza se e senza ma». Purtroppo per loro «di se e di ma» ce ne sono davvero tanti.
Il primo «se» riguarda il semplice fatto che nessuno sa, per l´appunto, se, dove, quando, con quali motivazioni, quali votazioni una decisione effettivamente ufficiale sia stata concretamente presa. Non ne stiamo stati informati.
Il secondo «se» riguarda l´interrogativo concernente il regolamento nazionale, che esiste, e regionale, che sembra non sia ancora stato stilato, relativo alla selezione delle candidature a cariche monocratiche, vale a dire «se» le primarie non debbano essere lo strumento da usare regolarmente. Con stupefacente candore il presidente della Commissione statuto regionale, l´autorevole giurista Luciano Vandelli, sostiene l´incompatibilità delle primarie con «una Festa dell´Unità pro Cofferati». Ma, davvero, con tutti gli irrisolti problemi, locali e nazionali, del Pd, bisogna fare una Festa dell´Unità tutta dedicata a incoronare un particolare candidato sapendo che un altro candidato è già in campo e che almeno la minoranza bindiana sta cercando un´alternativa praticabile?
Mai, e la mia memoria in materia è lunga, in passato le Feste dell´Unità sono state appiattite su candidature uniche, su pensieri unici, su dibattiti a senso unico. Al contrario, erano luoghi nei quali opinioni diverse si confrontavano con i dirigenti pronti a trarre profitto da quanto di intelligente veniva detto e dagli umori delle compagne e dei compagni, come un partito forte, strutturato e radicato è sempre in grado di fare. Né bastano le affermazioni un po´ troppo giustificazioniste del costituzionalista Augusto Barbera che sostiene che «formalmente e politicamente il Pd non ha l´obbligo di essere arbitro». A parte che il Pd è un corpo composito al quale non è possibile, né a Roma né a Bologna, una rousseauiana volontà generale, è perfettamente possibile non essere arbitri senza giocare platealmente a favore di un candidato. Naturalmente, l´autocandidato, che non è affatto un segno di demerito, Andrea Forlani ha ragione a pretendere spazi, almeno per il dibattito, se non gli si consente concretamente di raccogliere le firme a sostegno della sua candidatura a causa dei ritardi, quasi certamente voluti, nella formulazione e approvazione del regolamento. Ed è deprecabile che gli organizzatori della Festa abbiano deciso di evitare qualsiasi contraddittorio, anche di carattere «teorico» su quanto di buono e, eventualmente, di meno buono possa scaturire da primarie competitive e partecipate. E´ un peccato, che potrebbe rivelarsi capitale, che la maggioranza dei dirigenti e forse degli iscritti al Pd non sappiano e non vogliano utilizzare le primarie non soltanto per scegliere bene un candidato, ma anche e soprattutto per aprire il partito alle molte associazioni civiche e per dare inizio brillantemente ad una campagna elettorale che potrebbe presentare molte asperità. Eppure, la narrativa del Pd ha tra i punti di partenza ineludibili proprio l´apertura ad una società incisivamente partecipante. La Festa dell´Unità di Bologna sembra contraddire molti principi e mancare proprio gli obiettivi cruciali.

venerdì 22 agosto 2008

Siamo struzzi?

“Non c’è uomo che voglia essere libero, non c’è uomo che voglia o sappia, a seconda dei casi, adoperarsi per possedere la ragione richiesta dalla libertà“.
Wright Mills, 1959 “L’immaginazione sociologica”

La società nella quale dovrebbe fiorire l’uomo libero, si trasforma così in una società dove cresce la sua antitesi, il Docile Robot.
Testa china, rassegnazione alta.
Conformismo, vigliaccheria, grigio, solitudine.
Ecco le associazioni mentali al riguardo.
Daniela Miele

L’Italia docile che ha perso dissenso


Nadia Urbinati
La Repubblica
20 agosto 2008

Sarebbe utile interrogarsi sulla docilità, una qualità che ben rappresenta l’Italia di oggi. Chi detiene il potere politico non è naturalmente amico del dissenso e di chi lo esercita, nemmeno quando al potere vi giunge per vie democratiche e la sua azione di governo è limitata da lacci costituzionali. Grazie al liberalismo, che del potere ha una visione giustamente diffidente e pessimista, le società moderne sono riuscite a imbrigliare le tendenze tiranniche e dispotiche di governi e governanti e infine a eliminare l’uso della violenza dalla politica. Diceva Tocqueville che il diritto e le costituzioni hanno reso la politica dolce perché hanno fatto posto al dissenso. I diritti che tutelano la nostra libertà individuale, non solo quella che ci consente di possedere cose materiali ma anche quella che ci rende sovrani sul nostro corpo e la nostra mente, sono un baluardo imprescindibile contro il potere, anche legittimo. Per questa ragione, una società libera è l’opposto di una società docile. Ma le cose sono più complicate di come se le immagina la teoria. Una società libera ha bisogno del dissenso. Anzi è desiderabile che la diversità di opinioni vi si manifesti e si esprima liberamente perché è grazie a questa diversità che il gioco politico può svolgersi e le maggioranze alternarsi. Ma la cultura dei diritti può purtroppo stimolare anche una diversa attitudine: può indurre i cittadini ad abituarsi a perseguire il godimento dei loro diritti individuali disinteressandosi a quanto avviene nella sfera politica, salvo recarsi alle urne nei tempi stabiliti. La società democratica può facilitare la formazione di una società docile perché indifferente alla partecipazione politica. Lo può fare perché e fino a quando i diritti essenziali sono protetti per la grande maggioranza e non si danno quindi ragioni di dissenso. Sono le minoranze il vero problema (o, per l’opposto, la salvezza) delle società democratiche mature, perché sono loro a esprimere dissenso, a rivendicare spazi di azione che non sono in sintonia con quelli della maggioranza – se poi queste minoranze sono per giunta culturali e etniche, non semplicemente di opinione, allora decidere di non ascoltarle e perfino di reprimerle e perseguitarle può non essere visto dall’opinione generale come un problema di violazione di diritti. La società docile non è una società che ha rinunciato ai diritti o che non è più liberale. È invece una società nella quale la maggioranza è soddisfatta del proprio grado di libertà e dei propri diritti e trova fastidioso che ci siano minoranze non domate, non silenziose e omologate, che facciano richieste che non collimano con le proprie (come nel caso di una minoranza religiosa che chiede che il diritto di culto sia rispettato anche quando il culto è diverso da quello della maggioranza). Società democratica docile, dunque, e per questo autoritaria e paternalista. La docilità è una qualità che si predica degli animali non degli uomini; è un obiettivo che i domatori si prefiggono quando cercano di abituare un animale a fare meccanicamente determinate cose. Al moto della mano del padrone il cane sa quel che deve fare e lo fa. Docilità significa non avere una diversa opinione di come pensare e che cosa fare rispetto all’opinione preponderante; significa accettare pacificamente quello che il padrone di turno, per esempio l’opinione generale di una più o meno larga maggioranza, crede, ritiene e vuole. Sono ancora una volta i liberali che ci hanno fatto conoscere questo lato inquietante del potere moderno. Un lato che si è mostrato quando il potere è riuscito ad avvalersi di strumenti nuovi; strumenti che si sono presto rivelati congeniali a un potere che si serve delle parole e delle opinioni per restare in sella, che può rinunciare alla violenza sui corpi perché si radica nell’anima dei suoi sudditi, se così si può dire. Mentre gli antichi tiranni e monarchi assoluti usavano la tortura e le punizioni esemplari nelle pubbliche piazze, il moderno potere fondato sull’opinione non ha più bisogno di usare la violenza diretta (e se la usa, si guarda bene dal farlo in pubblico); usa invece una specie di addomesticamento che produce, come scriveva Mill, una forma di "passiva imbecillità". I cittadini docili assomigliano a una massa di spettatori: in silenzio ad ascoltare e, semmai, giudicare alla fine dello spettacolo con applausi o fischi. La politica come spettacolo non assomiglia a un agone ma a una sala cinematografica. Il dissenso, la virtù forse più importante in una democrazia che si regge sull’opinione mediatica, è tacciato di generare destabilizzazione, offeso e denigrato. Il buon cittadino non dissente, ma segue, accetta e opera con solerte consenso. Una voce fuori del coro è castigata come fosse un’istigazione al terrore; un’opinione che contesta quella della maggioranza è additata come segno di disfattismo. Questa Italia assomiglia a una grande caserma, docile, assuefatta, mansueta. Che si tratti di persone di destra o di sinistra la musica non sembra purtroppo cambiare: addomesticati a pensare in un modo che pare essere diventato naturale come l’aria che respiriamo, vogliamo che i sindaci si facciano caporali e accettiamo di buon grado che ci riempiano la vita quotidiana di divieti e consigli (sulle spiagge della riviera romagnola due volte al giorno da un altoparlante fastidioso le autorità ci fanno l’elenco di tutte le cose che non dobbiamo fare per il nostro bene e se "teniamo alla nostra salute"). Come bambini, siamo fatti oggetto della cura da parte di chi ci amministra, e come bambini ben addomesticati diventiamo così mansueti da non sentire più il peso del potere. È come se dopo anni di allenamento televisivo siamo mutati nel temperamento e possiamo fare senza sforzo quello che in condizione di spontanea libertà sarebbe semplicemente un insopportabile giogo. La cultura della docilità non pare risparmiare nessuno, nemmeno coloro che per ruolo istituzionale dovrebbero esercitare il dissenso. Commissioni bipartisan nascono ogni giorno; servono ad abituarci a pensare che l’opposizione deve saper essere funzionale alla maggioranza, diventare un’opposizione gradita alla maggioranza. Un’opposizione che semplicemente si oppone e critica e dissente pare un male da estirpare, il segno di una società non perfettamente docile.

martedì 19 agosto 2008

Moretti: colmo un vuoto politico. Lodi dai prodiani

Il Corriere della sera
2008-08-18
Nuovo affondo Il regista: ma non mi candiderò. Il pd Monaco: copre le mancanze di un'opposizione in letargo

ROMA — Già pochi giorni fa, da Locarno, era intervenuto da par suo, parlando di un'Italia assuefatta a Berlusconi e «divisa in due, tra autodistruttività e letargo». Era seguita la reprimenda dell'ex sodale Pancho Pardi — che gli ha dato quasi del disfattista («non ci deprima») — e l'elogio di Marco Travaglio («Bentornato, sa come coinvolgere»). Ieri, dal Tg3, Nanni Moretti ha spiegato che non ha alcuna intenzione di candidarsi, ma se in molti gli chiedono di parlare di politica è «perché si sentono rappresentati dalle cose che dico. Non per merito mio, forse è un vuoto di altri».Parole che riaccendono lo scontro, perché l'affondo di Moretti, grande assente dalla manifestazione di piazza Navona di luglio, riguarda un'opposizione a Berlusconi giudicata troppo morbida. A dargli il pieno appoggio è il prodiano Franco Monaco: «Moretti colma il vuoto di un'opposizione divisa, timida, in letargo e di una stampa asservita». Monaco se la prende con «certa sinistra subalterna e minimalista, che si rifiuta di guardare in faccia la realtà e di battersi contro il degrado democratico e civile». Su una linea simile Sandra Zampa, deputata vicinissima a Prodi: «Credo che vada accolto il suo invito. Mi viene in mente sempre più spesso la frase di Moretti: D'Alema dì qualcosa di sinistra». Ma ancor più preoccupante di un'opposizione «senza coraggio», è il Paese, «che mi sembra narcotizzato e rassegnato. Risultato anche della fine prematura del governo: in troppi non hanno capito il disastro a cui andavamo incontro». Dalla Corsica, Ermete Realacci, deputato del Pd vicino a Walter Veltroni, non è entusiasta: «Sono polemiche ferragostane. Per Moretti ho stima e simpatia». Detto questo, il tono cambia: «L'opposizione è troppo timida? Sarebbe ridicola un'opposizione che si facesse guidare dall'opinione di un singolo. L'Italia è un Paese un po' più serio e l'opposizione una faccenda un po' più complessa». Quanto al «vuoto » che si sarebbe creato, Realacci risponde con una battuta: «Lo riempia Monaco, se proprio vuole».Moretti si è anche sfogato: «Non sono la macchietta descritta dai giornali. Quando qualcuno mi conosce di persona mi dice: ah, ma allora non sei quello stronzo che dicono. Molti si stupiscono, ma sono un essere umano».
Alessandro Trocino