domenica 9 novembre 2008

Dobbiamo vedere non le idee generiche ma come si possono realizzare le cose.
Vittorio Foa (1910 - 2008)

La Telefonata


giovedì 6 novembre 2008

OBAMA PRESIDENTE USA. "E IO DICO: YES, WE CHANGED"

Barack Obama è il nuovo presidente degli Stati Uniti.

Una vittoria schiacciante, netta, totale, inappellabile. Un esito addirittura imprevedibile nelle proporzioni in cui è maturato: circa il doppio dei grandi elettori ottenuti dal rivale McCain ed un vantaggio netto anche nel voto popolare non lasciano spazio a recriminazioni: in una notte sono stati spazzati via tutti i dubbi sulla regolarità del voto, tutti i retropensieri sul pregiudizio razziale che avrebbero potuto condizionare molti elettori nel segreto dell’urna. L’America, come sempre nei momenti cruciali della propria storia, dimostra ancora una volta di non avere paura del cambiamento, nonostante le sue contraddizioni. Molti cercheranno di gettare acqua sul fuoco, di raccomandare prudenza, di predicare concretezza. Io non voglio essere tra questi, almeno oggi.
E’ accaduto qualcosa di grandioso questa notte, la cui portata è difficilmente comprensibile: non c’è in gioco, infatti, solo l’aspetto emozionale della vicenda, ma il senso di una prospettiva storica .
Immanuel Kant nel 1798 pubblicava “Se il genere umano sia in costante progresso verso il meglio”, uno dei saggi più straordinari che il XVIII secolo abbia partorito. Kant, pur riconoscendo senza sconti le atrocità e gli eccessi della Rivoluzione Francese, la considerava un segno, un indicatore del fatto che sì, nonostante tutto, la Storia viaggia sempre in una direzione, quella del progresso.
Ebbene, l’elezione di Obama mi sembra un segno , una bandiera piazzata, mossa da un vento che spira sempre dalla stessa parte, anche se a volte con intensità scarsa o nulla: basti pensare alla condizione dei neri due secoli fa, basti pensare al fatto che ci volle una sentenza della Corte Suprema nel 1954 per consentire ai ragazzi di colore di frequentare le università .
Forse Obama non sarà il miglior Presidente degli Stati Uniti d’America e deluderà i milioni di elettori che è riuscito a mobilitare per arginare la deriva alimentata dall’illusione liberista, dall’incompetenza di Bush e da una politica estera fallimentare.
Il punto è però un altro, sostanziale, seppur in molti ne riconoscano solo il valore simbolico: un afroamericano sarà l’uomo più potente – e con le maggiori responsabilità – del mondo.
Questa notte si è aperta una era nuova, piena di incognite, ma soprattutto di grandi speranze.
L'America ha dimostrato di essere pronta per il primo presidente nero, che sarà ora chiamato al compito più difficile. Guidare il Paese certo, ma anche evitare di deludere le enormi aspettative che si sono andate creando nel corso della campagna elettorale, che lo stesso senatore democratico ha contribuito a creare con il suo messaggio, - speranza e cambiamento, - ripetuto migliaia di volte, durante ogni comizio, ogni intervista, ogni discorso.
Obama ci ha creduto e, lasciando con un palmo di naso i suoi detrattori, che lo ritenevano troppo o troppo poco, - troppo giovane, inesperto, arrogante, troppo poco qualificato, addirittura troppo poco nero, - ha strappato una vittoria storica. Un risultato che riporta alla memoria leader che sono stati in grado di cambiare l'America, dall'ex presidente John F. Kennedy al leader dei diritti civili Martin Luther King, il cui segno è rimasto indelebile, e non solo per la loro tragica fine.
E noi?
Obama ha dichiarato: “Gli Stati Uniti sono il posto dove tutto è possibile”. Obama, giovane, colto, slanciato, intelligente, di colore, parla di futuro, di innovazione. “Il cambiamento è arrivato”, ha detto. “La nostra vittoria è partita dal basso”.
Da noi quando arriverà? Gerontocrazia e oligarchia regnano ovunque.
E' come se vivessimo in una stanza piena di aria viziata. Chi vuole aprire la finestra, portare venti di cambiamento, puliti, onesti, viene massacrato, o emarginato, combattuto.
E' come se stanotte si fosse tutti invecchiati di colpo. Cosa siamo diventati? Cosa ci aspetta senza un cambiamento radicale? Forse riusciremo a spalancare la finestra, loro non molleranno mai, noi neppure.

sabato 1 novembre 2008


RINNOVAMENTO nel PD

Corriere della Sera
2008-11-01
Cuperlo attacca il braccio destro di Walter: no alla pulizia etnica
«Rinnovamento». «Voi sconfitti» Pd, lite veltroniani-dalemiani
Bettini: ora facce nuove. E Sposetti: siamo lontani dalla gente
Il duello nato da un intervento sul «Riformista». E Lusetti: Bettini si rilegga gli scritti di Max
Weber
ROMA — Nuova lite nel Pd. Fra chi vuole il ricambio generazionale nei quadri di partito. E chi invece rivendica un ruolo per la vecchia dirigenza. Fra veltroniani e dalemiani, ma non solo. Stavolta ad accendere la miccia è stato Goffredo Bettini, molto vicino a Walter Veltroni, con un intervento sul Riformista. Lo «stratega » del Pd romano, rispondendo all'intervista rilasciata il giorno precedente dal deputato triestino Gianni Cuperlo, ha proposto un rinnovamento puntando sui giovani per scongiurare il rischio del leaderismo, ma ha scatenato vivaci reazioni non solo del dalemiano Ugo Sposetti, ma anche del rutelliano Renzo Lusetti.«La novità su cui insisto — ha scritto Bettini sul quotidiano diretto da Antonio Polito — deve essere il protagonismo di facce nuove e di certi pensieri, emozioni, sensibilità politiche che solo i giovani possono avere. Il rinnovamento del partito non prevede affatto l'emarginazione delle generazioni precedenti». Per Bettini, «questi giovani ci sono» (nei giorni scorsi aveva citato a titolo di esempio Matteo Colaninno e Marianna Madia come i nomi per il futuro del Ps) e «se non dovessimo riuscire a costruire un vero nuovo partito sempre più larghi pezzi di noi assomiglierebbero nella pratica quotidiana ai nostri avversari. Leaderismo in alto, scambio, mercato, clientele (quando non corruzione) nei piani bassi e diffusi nell'esercizio del potere. Saremmo noi stessi la concausa della crisi».Duro il commento di Sposetti, ex tesoriere Ds: «Sono forse così tanto anziano che nemmeno le esperienze passate mi aiutano a capire dove stiamo andando e come si può partecipare democraticamente alla vita del nostro partito, ma se il gruppo dirigente si auspica sia costituito dagli stessi uomini che hanno portato alla sconfitta a Roma, allora proprio non capisco». Secondo Sposetti il Pd si «è allontanato dalla gente della quale non riusciamo più a comprendere i bisogni » e «mi auguro che ai nuovi dirigenti scampati alla mannaia dell'anagrafe sia riconosciuta autonomia» e che «si trovino rapidamente nuove modalità di discussione e di confronto» proprio per scongiurare «leaderismo in alto, scambio, mercato e clientele quando non corruzione nei piani bassi ».Gianni Cuperlo, considerato vicino a Massimo D'Alema, ha a sua volta replicato a Bettini: «Non si rinnova il Pd con la pulizia etnica. Sono preoccupato per il modo in cui molti, fra cui lo stesso Bettini, affrontano il nodo del rinnovamento. Ci sono due modi: riconoscere l'autorevolezza di una nuova generazione quando si manifesta. L'altro è usare la retorica giovanilistica come una clava, quella secondo cui bisogna sgomberare il quartier generale dai vecchi arnesi ». E sarebbe appunto questa seconda strada quella scelta da Bettini e dai veltroniani. Secondo Renzo Lusetti, «la classe dirigente non si inventa, non si improvvisa, non si coopta nei partiti ma cresce con gradualità, nella quotidianità del lavoro politico». Il deputato rutelliano suggerisce a Bettini «la lettura di Max Weber che ha fatto dei saggi molto interessanti sulla leadership e su come essa sia legittimata dal consenso e dal carisma. Bisognerebbe tener conto di queste due cose per esercitare una capacità di convinzione sul-l'elettorato ».Proprio ieri, dalle colonne di Repubblica, Massimo D'Alema aveva invitato il leader del Pd a rivedere la strategia, affermando che «nel Pd si deve aprire una nuova fase», «Veltroni coinvolga tutti, il profilo riformista del partito va alzato». D'Alema ha anche aggiunto che comprende «l'appello di Veltroni all'unità, ma deve prendere lui l'iniziativa, altrimenti non ci si lamenti se poi nascono le fondazioni».

venerdì 31 ottobre 2008

L'INTERVISTA A MASSIMO D'ALEMA

La Repubblica
VENERDÌ, 31 OTTOBRE 2008

Pagina 11
I moderati

"Tra Berlusconi e il paese idillio finito nel Pd si deve aprire una nuova fase"

D´Alema: Veltroni coinvolga tutti, il profilo riformista va alzato

Lavoriamo ad una vasta coalizione per tornare a dialogare con i ceti moderati che hanno votato Berlusconi
Capisco l´appello di Walter all´unità ma è lui che deve prendere l´iniziativa altrimenti non ci si lamenti se nascono le fondazioni

MASSIMO GIANNINI
ROMA -
«La protesta di massa sulla scuola, la drammatica crisi economica che attanaglia famiglie e imprese. Ormai è evidente: l´idillio tra Berlusconi e l´Italia si sta incrinando e la vicenda della legge elettorale europea, di cui apprezziamo il ritiro, non è solo il risultato della fermezza dell´opposizione ma anche di difficoltà interne alla maggiranza. Di qui dobbiamo partire per rifondare un nuovo centrosinistra, che rappresenti agli occhi dei cittadini un´alternativa vera e credibile per il futuro governo del Paese».
Ammainate le bandiere della grande manifestazione del 25 ottobre, Massimo D´Alema scende in campo e suona la carica al Partito democratico e a Veltroni. «Adesso - dice l´ex premier ed ex ministro degli Esteri - bisogna lavorare per costruire intorno al Pd una vasta coalizione democratica, e che ci permetta di alzare il nostro profilo riformista, di dialogare con tutte le opposizioni, di parlare ai ceti moderati che hanno votato Berlusconi, e che ora capiscono la sua palese inadeguatezza».
Onorevole D´Alema, non è che state scommettendo un po´ troppo su questa «fine della luna di miele» tra il Cavaliere e gli italiani? «Nessuna illusione. Ma non possiamo non vedere quello che sta succedendo. L´Italia attraversa una crisi senza precedenti, che sarà di lungo periodo. Si è ormai dissolta l´idea che Berlusconi vivesse una sorta di `luna di miele permanente´ con il Paese. Stanno esplodendo i primi, seri problemi nel rapporto tra il governo e i cittadini. Sta crollando come un castello di carta la straordinaria `fiction´costruita dal governo in questi mesi. Ci sono problemi enormi, il governo li ha gravemente sottovalutati e oggi dimostra di non avere la forza per affrontarli con la necessaria radicalità».In realtà, l´unico serio «problema nel rapporto tra il governo e i cittadini», come lo chiama lei, riguarda la scuola.«E le pare una cosa da poco? Quello che sta accadendo sulla scuola merita una grandissima attenzione. Un insegnate mi faceva notare una cosa molto giusta: mentre nel 77 in prima fila c´era la parte meno qualificata del corpo studentesco, oggi in testa ai cortei ci sono i primi della classe, che non vedono più una prospettiva per il futuro. Perché questo succede: se tagli gli investimenti nelle università, blocchi il turn over e cacci i ricercatori, rubi il futuro agli studenti più bravi e più capaci. Ora, io penso che l´opposizione debba rispettare e non strumentalizzare i fatti. Ma gli scontri dell´altro ieri a Roma mi hanno enormemente allarmato. Ci sono aspetti che devono essere chiariti e che riguardano anche la condotta della polizia: il centro era tutto bloccato alla circolazione, per chiunque, eppure un furgoncino carico di mazze è potuto arrivare fino a Piazza Navona, dove ha scaricato la sua `merce´, e dove un gruppo di squadristi ha atteso il corteo degli studenti. Com´è possibile?».Comunque sulla scuola chi è senza peccato scagli la prima pietra.«E´ evidente, ma da questa crisi non si esce con le scelte primitive della destra. Giusto colpire gli sprechi e i privilegi, ma per farlo non si possono prosciugare le risorse di tutta la scuola. Giusto colpire gli abusi al diritto di assistenza dei disabili, ma per farlo non si può eliminare il diritto. Giusto colpire i casi di `baronato´ e i corsi universitari con un solo studente, ma per farlo non si può tagliare 1 miliardo di euro a tutta l´università. L´autonomia non è arbitrio. E il fatto che non ci siano i soldi è una scusa. Le scelte compiute dal governo su Alitalia alla fine costeranno 2 miliardi ai contribuenti. La soppressione dell´Ici per i più abbienti è costata 3,5 miliardi.Quei soldi c´erano. Il problema è che sono stati usati per effettuare una politica redistributiva a favore della parte più ricca del Paese. Quindi il governo non è stato costretto a tagliare: ha fatto una scelta, ben precisa. Ed è una scelta di destra che il Paese mostra di non gradire».Lei ha qualche dubbio sul referendum contro la legge Gelmini.Perchè?«Non è questione di dubbi. Penso che il referendum è uno strumento monco e improprio, perché i tagli alla scuola approvati in Finanziaria non sono materia da referendum, e le norme della Gelmini, se e quando il referendum si facesse, cioè all´incirca nel 2010, avranno già prodotto i loro effetti. Quindi io dico: raccogliamo pure le firme, ma impegniamoci davvero, qui ed ora, per costringere il governo a un cambiamento di rotta».Quali altri segnali vede, di questa incrinatura tra il governo e il Paese? «C´è il profondo malessere che sta crescendo dentro la stessa maggioranza sulla riforma delle legge elettorale per le europee.Su questo abbiamo fatto una riunione con tutti i gruppi parlamentari. Ebbene, oltre a una convergenza sul tema specifico, è emersa la preoccupazione condivisa sulla visione della democrazia di questa maggioranza: questa idea oligarchica, presidenzialista e plebiscitaria del potere, indebolisce la democrazia e produce solo una parvenza di decisionismo».Ma la denuncia di questa situazione, e tutti i no che ne derivano, basta a voi dell´opposizione per mettervi l´anima in pace? «No, non basta. E qui veniamo al cuore del problema. Questa crisi, drammatica, non è solo della maggioranza, è del Paese. E questo da un lato getta le basi per una prospettiva politica nuova, dall´altro lato carica l´opposizione di una grande responsabilità. Dobbiamo alzare nettamente il nostro profilo riformista. Dobbiamo ridefinire il progetto politico dell´opposizione, e aprire una fase nuova che ci consenta di creare un campo di forze per l´alternativa. E non sto parlando di nomenklatura, ma di pezzi della società italiana, di ceti moderati, di classi dirigenti, che devono tornare a guardare a noi come a un nuovo centrosinistra di progetto e di governo, che non riproduca i limiti e gli errori del passato. La costruzione di questa coalizione va di pari passo con la nostra capacità di parlare al Paese, che non è solo quello che scende in piazza».La vostra piazza del 25 ottobre non doveva servire proprio a questo? «E´ stata una piazza molto bella, soprattutto perché è stata festosa.Tuttavia, dopo il grande sforzo comune di quella manifestazione, mi piacerebbe adesso che l´insieme del gruppo dirigente fosse coinvolto in una riflessione per il rilancio della nostra prospettiva. Capisco l´appello di Veltroni all´unità, ma è innanzitutto da lui che deve venire l´iniziativa per favorirla e renderla efficace. Siamo in uno scenario che sta cambiando profondamente. Siamo passati dall´illusione di una partnership con Berlusconi per fare le riforme (quello che Ferrara sul Foglio sintetizzava con l´espressione `Caw´), ad una aspra conflittualità, di cui innanzitutto il premier porta la responsabilità. Ora, però, è molto importante dare anche forza propositiva alla nostra iniziativa e rilanciare la capacità di dialogare con l´intera società italiana».Partiamo dall´opposizione. Il suo ragionamento implica che, a partire da Di Pietro, vadano ridiscusse le alleanze. E´ così? « Prima ancora di questo occorre mettere a fuoco un nuovo progetto riformista e riformatore per l´Italia, sul quale cercare il massimo dei consensi possibili, e non solo nell´opposizione. I temi non mancano: dai meccanismi per il voto europeo al federalismo, dal referendum sulla legge elettorale al Mezzogiorno. Insomma, anziché una inutile discussione tra di noi se si debba guardare a destra o a sinistra, ciò che dobbiamo fare è accrescere la nostra capacità di attrazione, a partire dal nostro progetto riformista e dall´iniziativa politica che mettiamo in campo. L´obiettivo, certamente, è quello di allargare il campo delle alleanze».E cosa intende quando parla di riflessione sul Pd e sulla sua organizzazione interna? Siamo di nuovo alla diarchia conflittuale D´Alema-Veltroni? «No, nessuna diarchia e nessun conflitto. Ma per il Pd il problema non pienamente risolto continua ad essere quello della piena valorizzazione delle sue risorse. Andiamo verso la conferenza programmatica, e quello sarà un momento di verifica importante proprio per marcare il nostro profilo riformista. Questo richiederebbe il contributo di tutti, perché in caso contrario è inevitabile che le forze si disperdano. Se non è il partito a chiamare ed impegnare tutti, non ci si può lamentare se nascono fondazioni, associazioni, e iniziative di vario segno».. La sua Red come la vogliamo giudicare? «Io mi occupo della Fondazione Italianieuropei. Red è un´associazione che ci aiuta a sviluppare i nostri progetti, e sta coinvolgendo molte persone anche fuori dal Pd. Non c´è nulla di anormale in questo. E´ sbagliata l´immagine di un partito che si identifica in un principe buono, minacciato da un gruppo di pericolosi oligarchi cattivi».E questa idea chi la mette in giro, se non tutti voi messi insieme? «Io non mi riconosco tra i diffusori di questa immagine. Veltroni è il leader del Pd. Come sa io non ho incarichi e non ne cerco. Sono uno dei pochi che ha lasciato incarichi per favorire il rinnovamento. Ma in questo partito c´è un gruppo dirigente formato da molte personalità, e non da oligarchi cattivi. Questo gruppo dirigente è anche una garanzia del rapporto tra il Pd e il Paese. Mettere al lavoro queste persone, vecchie e giovani, non indebolisce Veltroni, ma al contrario lo rafforza».E il congresso straordinario che fine ha fatto? Ormai si farà dopo le europee.«Non ho mai chiesto che si tenesse un congresso straordinario. Il congresso com´è previsto dallo statuto, si terrà dopo le europee».Comunque di tempo ne avete. Il Cavaliere vi consiglia un riposo di 5 anni.«Berlusconi non ha molto da ironizzare. I sondaggi dicono che le difficoltà della maggioranza sono serie, il governo ha perso 18 punti. Ma la fine dell´idillio non si traduce in un travaso di consensi dalla maggioranza all´opposizione. Quando un Paese non ha fiducia né nel governo, né nell´opposizione significa che c´è il rischio di una democrazia più debole. Anche per questo è urgente rilanciare non solo la nostra battaglia di opposizione, ma il nostro progetto politico. Il partito del centrosinistra riformista è nato per questo».

domenica 26 ottobre 2008

ROMA. «Noi al Circo Massimo, Berlusconi al massimo al circo».


DOMENICA, 26 OTTOBRE 2008

La folla grida a D’Alema: sei meglio di Clooney

ROMA. «Noi al Circo Massimo, Berlusconi al massimo al circo». Porta la firma del gruppo Venturina, provincia di Livorno, uno dei cartelli più ironici preparati dai militanti del Pd che ieri hanno invaso Roma come un fiume in piena. Due milioni e mezzo di persone a sentire gli organizzatori, arrivate da ogni angolo della penisola. Una risposta oceanica, un mare di bandiere che hanno attraversato la città da piazza dei Partigiani e piazza della Repubblica per riunirsi al Circo Massimo e dire basta al governo Berlusconi, ai tagli di Tremonti, alle riforme della Gelmini, al razzismo, ai salari da fame, ai lodi salvapotenti e a tutte le mafie. I treni speciali e gli autobus di linea hanno cominciato ad arrivare nella capitale alle prime luci dell’alba. Delegazioni da tutte le regioni, dalla Lombardia alla Toscana, dal Lazio alla Sicilia, dall’Emilia Romagna alla Calabria, dall’Umbria all’Abruzzo. Gente comune, mica no global. Impiegati, insegnanti, pensionati, professionisti, operai, precari licenziandi, cassintegrati, famiglie con zainetti dai quali spuntano panini arrotolati nella carta stagnola. Quasi tutti over cinquanta, e spesso anche sessanta. I due cortei gemelli hanno sfilato pacati e imponenti, aperti da un grande striscione con una citazione del senatore Leopoldo Elia, padre costituente da poco scomparso: «Abbiamo il dovere morale di mantenere in vita tutte le libertà conquistate per i nostri figli, per i nostri nipoti, di conservarle, valorizzarle, difenderle». Tra la folla che si incanala lungo via Cavour, il corteo più nutrito, spicca una parte del gruppo dirigente nazionale. Ci sono Piero Fassino e Anna Finocchiaro. Ci sono Franco Marini ed Enrico Letta. Walter Veltroni, invece, fa la spola tra i due cortei. E quando arriva la gente lo accoglie con un boato. «Walter ci siamo tutti», gli grida un manifestante della sezione Pd del Prenestino mentre la folla inizia a scandire lo slogan «Chi non salta Berlusconi è», fin quasi a far tremare l’asfalto, mentre a piazza dei Partigiani la folla invoca unità e acclama Massimo D’Alema come una star. «Massimo sei meglio di Clooney», urla qualcuno. Ma la gente, nonostante i numeri, non dà problemi al rodato servizio d’ordine del partito. I cortei sfilano disciplinati tra migliaia di bandiere del Pd, ritmati dal suono dominante di fischietti e tamburelli. Qualche gruppo intona «Bella ciao», altri optano per l’inno di Mameli. C’è anche uno striscione con la scritta «Barack Obama». I ragazzi che lo tengono issato per le strade del centro hanno una maglietta che è una dichiarazione di voto a favore del senatore nero dell’Illinois, candidato democratico alla Casa Bianca: «Americans in Italy for Obama». Qualcuno innalza un cartello artigianale scritto a pennarello: «Disintossicatelo». Tanti indossano una maglietta verde dove si legge che «il futuro dei bambini non fa rima con Gelmini». Altri giovanissimi che sono in piazza per la prima volta e rifiutano etichette di partito al ministro della Pubblica Istruzione hanno invece dedicato un santino: «Beata Ignoranza». Più degli studenti, però, stavolta sono gli anziani e i pensionati. «Niente inciuci. Il portafoglio è vuoto», ammonisce un cartello. «25 aprile, 1º maggio, 2 giugno», ricorda un altro striscione. (n.a)

sabato 25 ottobre 2008

" Signore perdonali, perché a noi non ci riesce"

Illuminante anche l'intervento del Senatore a vita Cossiga sui futuri percorsi formativi
"In primo luogo lasciare perdere gli studenti dei licei, perché pensi a cosa succederebbe se un ragazzino di dodici anni rimanesse ucciso o gravemente ferito...Lasciar fare gli universitari . Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri . Nel senso che le forze dell'ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare a sangue anche quei docenti che li fomentano Soprattutto i docenti,non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì. "
Ma l'istigazione a delinquere è stata abolita? Perché con tutti questi lodi ... non ci si capisce più nulla !
Turms
Pensierino della sera
Per coloro che continuano a sostenere questa "elite" governativa possiamo forse richiedere l'intervento divino :
" Signore perdonali, perché a noi non ci riesce. "
http://sacripanti.blog.tiscali.it//index.shtml
Forse qualcuno potrebbe pensare che è un vecchio rimbambito, un picconatore suonato dalle sue stesse picconate, ma non è così. Egli non è nuovo a questa ideologia della violenza e le cose che ora dice le ha fatte davvero quando era ministro dell'Interno. La povera Giorgiana Masi è un esempio dell'uso sistematico della provocazione come strumento di ordine pubblico, ma ci sono molti altri casi. Per questo durante il movimento del '77 molti di noi giovani in tutta Italia andavano nottetempo a scrivere 'Kossiga boia' con la K e la doppia s alla nazista, nelle città come in provincia, e di giorno manifestavano la rabbia e il desiderio di un paese migliore e più democratico. Ma vinse lui... dopo essere stato Ministro dell'Interno nel '77 e nel '78, ministro al tempo dell'uccisione di Aldo Moro, negli anni '80 è stato fatto anche Presidente della Repubblica. Incredibile. Infatti, e non solo per questo, l'Italia è ulteriormente peggiorata e la sua classe dirigente ne è lo specchio fedele. E oggi ritira fuori quell'ideologia fascista perché sa di non predicare nel deserto e di trovare orecchie attente... purtroppo i pericoli per questa debole democrazia non finiscono mai.
Rossano Pazzagli
dal Cantiere della democrazia

giovedì 23 ottobre 2008

UNIVERSITARI IN PIAZZA




Berlusconi: "Non permetteremo occupazioni. Scuole e università saranno sgombrate dalla polizia"
"Non permetteremo che vengano occupate scuole e università". Lo ha detto il premier, Silvio Berlusconi, durante la conferenza stampa a Palazzo Chigi con il ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini. "E' una violenza, convocherò oggi pomeriggio Maroni per dargli indicazioni su come devono intervenire le forze dell'ordine"."L'ordine deve essere garantito. Lo Stato deve fare il suo ruolo garantendo il diritto degli studenti che vogliono studiare di entrare nelle classi e nelle aule".Ieri 21 ottobre in Piazza Cadorna a Milano si sono verificati i primi scontri tra studenti che tentavano di arrivare in stazione e polizia decisa ad impedire il blocco dei binari. Oggi le dichiarazioni del premier fanno intendere che il governo userà "il pugno duro" contro le occupazioni proprio mentre si annuncia che la Facoltà di Lettere di Torino è stata occupata. La situazione sta precipitando?

Informazioni

Video Berlusconi su scuola e forze dell'ordine
Dal minuto 21 al minuto 22 circa
Fonte: governo.it
Come venire alla manifestazione PD
Fonte: partitodemocratico.it

Manifestazioni degli studenti