lunedì 30 giugno 2008

DA Micromega



Rime
Red: ridatece er democristo…
di Carlo Cornaglia

E’ un partito, sembran mille,
ogni giorno fan scintille
con litigi su ogni cosa,
convivenza burrascosa
fra ex di questo ed ex di quello,
come Abele e suo fratello,
come Romolo con Remo.
“Sempre uniti noi saremo!”,
hanno detto e ci han fregati.
Questi sono i risultati:
fra correnti, associazioni,giornal, aree, fondazioni
non si sa chi sta con chi,chi fa il boss, chi dice sì.
Tutti corrono divisi:ulivisti di Parisi,
popolar, Letta e lettiani,
teodem, laici, fassiniani,
rutellian volenterosi,dalemian, sempre famosi
nel piantare un gran casino
perché Baffo è birichino.
Si moltiplican le case:
c’è chi inventa Quarta fasee
chi invece, come Piero,Democratico pensiero.
Fa Politica Vassallo
e D’Alema, di rimpallo,un suo gruppo mette in pista:
Red, team demoriformista,
non per rompere i coglioni al messia Walter Veltroni,
bensì per contribuire del Pd all’avvenire.
La Melandri ha un squadretta,
un suo team Enrico Letta
e s’appresta a far faville
pur l’associazione Mille,
del Pd le teste d’uovo:
voglion un vertice nuovo,
con i giovani al comando
e gli anziani messi al bando.
Meeting, summit, caminetti,
riunion, vertici, banchetti
dove ognun spara la sua
per guarire dalla bua di elezioni disastrose.
Di opinioni un’overdose,
di cazzate una montagna,
per Berlusca una cuccagna.
“Ci vuol un confronto vero!”
“Va cambiato il condottiero!”
“Collegial sia la gestione!”
“L’autocritica si impone!”
“Ne usciam solo col congresso!”
“Un altr’anno, non adesso!”
“Conferenza sul programma!”
“Walter, cambia tutto o smamma!”
“Torniam coi vecchi alleati!”
“No, quei tempi son passati!”
“Col Berlusca le riforme!”
“No, perché è un caiman che dorme!”
Poi il caimano s’è svegliato
e Veltroni si è mangiato…“
Prima o poi nel Pse!”
“No, giammai sarem lacchédegli odiati socialisti,
noi che siamo democristi!”
“Allearci all’Udc?”
“Dico no!” “Io dico sì!”
“Vogliam Prodi presidente!”
“Se n’è andato, finalmente!”
“Stiamo ben coi radicali!”
“Causa son dei nostri mali!”
“Nessun pensa alle scissioni!”,
se i Ds stanno buoni,senza tanta laicità…
“Tutti in piazza?”
“Se po’ fa’,ma in autunno, se non piove.”
“No, l’affar non ci commuove,
non siam né girotondini né precari, gay o affini!”
E Veltroni che fa, sgombra?
“Al momento il premier ombra
dice solo che ha ragionee
s’impon la riflessione,
ma ha capito che alla fine
dovrà ritornare al cine…
”Gli elettori che faranno?“
Finalmente capirannoche è tornata la Dc,
ma la chiamano Pd.”
(28 giugno 2008)

domenica 29 giugno 2008

L'egoismo e la paura

LA STAMPA -
domenica 29 giugno 2008
PD, LAICI E CATTOLICI

WALTER VELTRONI
Caro direttore,
come ha scritto il direttore del Mulino, Edmondo Berselli, sull’ultimo numero dell’autorevole rivista bolognese, col 33 e rotti per cento di consensi «il Pd può essere effettivamente il nucleo originario di un’entità riformista, dotata di un potenziale espansivo, capace di svilupparsi in futuro raccogliendo i consensi di chi chiede una modernizzazione creativa e socialmente compatibile». Ma, «come si sa – continua Berselli – la politica ricomincia di continuo. Occorrerà vedere se il Pd è in grado di ripartire. Se i suoi membri punteranno sulla costruzione paziente di un partito vero. Se affioreranno o no nostalgie per le vecchie identità e le vecchie appartenenze. Se qualcuno si prenderà l’impegno di delineare una cultura unificante, che al momento non esiste».Tutti interrogativi che delineano un ambizioso e impegnativo programma di lavoro, nel quale il tema della «cultura unificante» è certamente il primus inter pares: dar vita a un partito nuovo è infatti innanzi tutto una operazione culturale. È quindi non solo comprensibile, ma necessario e importante che si vadano moltiplicando le iniziative di elaborazione e di confronto culturale, dentro e attorno al Partito democratico. Come quella che si va tenendo proprio in questi giorni presso la comunità di Bose, promossa dall’associazione «Argomenti 2000», nata nel sempre fertile terreno che circonda l’associazionismo ecclesiale, sul tema cruciale della «laicità al futuro», e che oggi a Ivrea vede la partecipazione di Rosy Bindi e di Savino Pezzotta, oltre che di diversi esponenti del Pd.Nella società post-secolarePensare la laicità al futuro è una delle ragioni costitutive del Partito democratico, uno dei tratti identitari che fanno di esso un partito «nuovo», che ha saputo e intende rompere gli schemi oppositivi del Novecento, per contribuire a costruire e per abitare quella che Habermas chiama la società «post-secolare» . Una società fondata, come ebbe a dire l’allora cardinale Ratzinger, proprio in dialogo con Habermas, «sulla disponibilità ad apprendere e sull’autolimitazione» reciproca tra religione e ragione. Perché la religione deve guardarsi, proprio attraverso la ragione, dal rischio, dalla patologia del fondamentalismo, che la trasforma snaturandola in strumento di potere, se non di sopraffazione e di morte. Così come la ragione, se non vuole ridursi a ideologia totalizzante o a razionalità meramente strumentale, deve aprirsi al rispetto e al riconoscimento del ruolo umanistico della dimensione religiosa dell’esistenza umana.Nella vita comune delle comunità religiose, sostiene ad esempio Habermas, «una volta che esse rinuncino al dogmatismo e alla coercizione sulle coscienze, può rimanere un qualcosa di intatto, un qualcosa che altrove è andato perduto e non può essere ripristinato da nessun sapere professionale e specialistico da solo: mi riferisco alla possibilità di percepire e di esprimere la vita deviata, le patologie sociali, i fallimenti dei progetti di vita individuali e la deformazione di contesti vitali degradati».È uno dei molti possibili modi per mettere in evidenza e riconoscere il ruolo straordinariamente prezioso che l’ispirazione religiosa, coniugata con la laicità della ragione, può svolgere nella società e nella politica. La condizione perché la vitalità spirituale e morale della religiosità diffusa, che è una delle grandi risorse del nostro Paese, possa tradursi in energia civile e democratica è la laicità delle istituzioni, il loro essere comprese e vissute come casa di tutti, luogo nel quale la libertà della coscienza, di ogni coscienza, possa essere difesa e valorizzata. Non si tratta, come è evidente, di affermare una neutralità, o men che meno una indifferenza etica delle istituzioni: è la nostra stessa Costituzione a fondare la convivenza civile degli italiani su chiare ed esigenti tavole di valori.Comune fede nella libertàSi tratta piuttosto di concepire il pluralismo etico e religioso del nostro Paese come preziosa opportunità di dialogo, fondata sulla comune fede nella libertà. E come ricerca comune di soluzioni sempre più adeguate, o almeno meno inadeguate, ai grandi e talvolta inediti interrogativi del nostro tempo: da quelli che hanno a che fare con la qualità dello sviluppo, a quelli che riguardano la convivenza tra culture, fino a quelli che riguardano l’impatto del progresso scientifico e tecnologico sulla stessa natura umana. La laicità delle istituzioni è garanzia di libertà e pluralismo. E allo stesso tempo vale anche l’opposto: solo la vitalità civile e democratica di un Paese può alimentare la laicità delle istituzioni.Qui sta lo spazio e il ruolo di un grande partito laico e pluralista come il Pd. Proporsi come uno dei luoghi ove l’incontro tra ispirazioni e culture si realizza in modo quotidiano e duraturo è una delle ragioni che rendono affascinante l’impresa del Partito democratico. E potenzialmente così feconda la sua funzione: nella crisi, civile e morale, prima ancora che economica e sociale, nella quale da ormai troppi anni si dibatte il Paese. Religione e ragione devono insieme cogliere la sfida e dare risposte ai segnali più negativi come l'imbarbarimento della società, l'emergere di particolarismi, egoismi quando non vero e proprio odio per chi è lontano o diverso, lo smarrimento di valori condivisi.
Segretario del Partito democratico

Resti Veltroni ma senza primogeniture

Corriere della Sera
2008-06-29
FILIPPO ANDREATTA
UNA PROPOSTA PER I DEMOCRATICI

Con un po' di ritardo, si è aperto il dibattito sulla leadership del Pd dopo la sconfitta elettorale, e questa può essere un'occasione per affrontare alcuni nodi decisivi per il futuro dell'opposizione. A rigor di logica, tre strade sono possibili per Walter Veltroni. In primo luogo, potrebbe rassegnare le dimissioni, in modo inconsueto per l'Italia ma in linea con la maggior parte dei grandi partiti occidentali, e soprattutto quelli meno ideologici come il Pd ambisce ad essere. Il problema con questa soluzione è che lascerebbe il partito nella bufera, e la leadership verrebbe assunta quasi sicuramente da un comitato di notabili che rischierebbe di essere ancora meno efficace di un leader sconfitto. In secondo luogo, e questa sembra la strada seguita da Veltroni, la leadership potrebbe negare che vi sia stata una vera sconfitta, e cercare di rimanere in sella a tutti i costi per tutta la legislatura. Questa strada comporta un patto scellerato tra Veltroni e la nomenklatura di Ds e Margherita, che in cambio di un prolungamento della vita dell'attuale leadership chiederebbe le solite garanzie che hanno già frustrato il successo dei vecchi partiti. Fin dall'inizio Veltroni è stato ambiguo nei confronti delle nomenklature di Ds e Margherita, accettando una candidatura «istituzionale» e imponendo le liste bloccate alle elezioni. Ma dopo le elezioni c'è stata una sensibile degenerazione, culminata nella recente Assemblea costituente. Si è infatti deciso di far partire un «tesseramento» vecchio stile mirato a sostituire il composito e pluralista «popolo delle primarie», e gestito da chi lo aveva organizzato nella Margherita con poca trasparenza. Si è poi incassata una protesta di giovani leve, che però provengono in larga misura dalle file della poco giovane Federazione italiana giovani comunisti. Si è infine nominata una direzione negoziata in anticipo con i capicorrente, nella quale i rapporti di forza sono i noti 55 agli ex Ds e 45 agli ex Margherita. Il problema è che non solo non basta qualche cooptazione veltroniana per cambiare questi equilibri, ma che si sono abbandonati gli indugi e si nominano i dirigenti candidamente in base alle vecchie appartenenze. Nonostante tutte le assicurazioni del contrario, si tratta della vittoria di una classe politica sopravvissuta alla fine di Pci-Pds-Ds e Dc-Ppi-Margherita, che manterrebbe Veltroni nel limbo fino a che non fosse pronta a sostituirlo. Il problema di questa soluzione non è solo estetico, ma anche di consenso, come del resto ampiamente previsto da chi paventava la «fusione fredda» ben prima delle elezioni. Se il 100% dei dirigenti proviene da Ds e Margherita, chi rappresenterà i «democratici» e tutti coloro che si sono avvicinati al Pd perché prometteva di essere un soggetto nuovo? Come farà il Pd a sfondare i confini del consenso dei vecchi partiti (12 milioni di voti) senza aprirsi alle altre ispirazioni del centrosinistra?
In terzo e ultimo luogo, Veltroni potrebbe mantenere la leadership abbandonando però le pretese di essere per forza il prossimo candidato alle elezioni. Potrebbe così dedicarsi, libero da condizionamenti, a costruire una coalizione in grado di battere il centrodestra e un partito nuovo, nel quale le nomenklature del passato lascino il posto a una nuova (non solo anagraficamente) classe dirigente e nel quale le vecchie appartenenze vengano superate. Questa sarebbe di sicuro la strada migliore per il Pd, e per l'intera opposizione, se Veltroni avrà il coraggio di seguirla.

Quei singolari dolori del giovane Partito democratico

LA REPUBBLICA
20 Giugno

ILVO DIAMANTI
È dura, nell´era di Berlusconi III, fare opposizione.
Meglio: l´Opposizione. Tanto più Responsabile.
Lo sta verificando - con un certo disagio - il Pd di Walter Veltroni, dopo la fine del dialogo. Ne soffrono gli stessi elettori di centrosinistra. Stanchi di battaglie.
Ma, comunque, indisponibili a scambiare collaborazione per rassegnazione. Tanto meno per resa. Nonostante l´esito delle elezioni recenti, però, non tutto gira per il meglio, nella maggioranza di centrodestra. Lo stesso governo ha i suoi problemi. Che si riflettono in un certo raffreddamento dell´opinione pubblica nei suoi riguardi. D´altronde, non è facile governare in tempi di "stagnazione" economica. Anche se, in campagna elettorale, il premier e il plenipotenziario all´economia, Giulio Tremonti, non hanno promesso miracoli. È difficile immaginare che la frustrazione dei ceti popolari e delle classi medie in declino (dal punto di vista del reddito e della posizione sociale) possa restare, a lungo, sottotraccia. Quando il richiamo ai capri espiatori più consumati degli ultimi vent´anni (Prodi e Visco) smetterà di funzionare, l´insoddisfazione riemergerà. Né crediamo che la Robin-tax possa tacitare a lungo il risentimento popolare. Perché dubitiamo che le banche e i petrolieri - i "ricchi" derubati da Robin Threemountains a favore dei più poveri - non riescano a riprendersi il bentolto. Prontamente e direttamente: alle pompe o agli sportelli. Così, è difficile pensare che le distanze fra culture e interessi della coalizione non producano, prima o poi (anzi: più prima che poi), tensioni. Ad esempio, sul tema dell´autonomia, di cui è paladina la Lega. Come nascondere il contrasto implicito nell´abolizione dell´Ici? Che è, sicuramente, un provvedimento popolare, perché riduce la pressione fiscale. Ma è quanto di più aggressivo nei confronti dei governi e delle autonomie locali, perché interviene in modo centralista su una materia di competenza dei Comuni. Ne ridimensiona le risorse e, prima ancora, ne umilia l´autorità. Proprio mentre si discute di federalismo fiscale.
Ancora, come non cogliere, nel pacchetto sulla sicurezza, il medesimo contrasto fra centralismo e federalismo? Visto che la Lega ha mobilitato le sue "ronde padane", in nome dell´autodifesa comunitaria. Mentre, a sostegno dell´ordine in ambito locale, il governo - e in particolare la famiglia AeNnista, rappresentata dal ministro della Difesa La Russa - ha stabilito l´intervento dell´esercito, nientemeno. Segno del potere dello Stato, monopolista legittimo dell´uso della forza a fini speciali. Inoltre: difficile per i paladini dell´antipolitica - ancora la Lega, ma non solo - accettare la tutela della privacy à la carte. Vietare la pubblicazione delle intercettazioni e delle denunce dei redditi e, invece, pubblicizzare le consulenze degli enti pubblici e gli stipendi dei dipendenti statali. Significa: la privacy garantita alla casta, ma non ai "dipendenti comuni". Poi: il contrasto latente, compreso nella vicenda dei rifiuti di Napoli e, in generale, nel sostegno al Mezzogiorno. Sgradito all´opinione pubblica del Nord. Che ha tributato un plebiscito alla Lega. Esattamente come nel Sud è avvenuto al Pdl e al Mpa, la Lega Sud.Ma, nella maggioranza, restano aperti anche problemi di ordine politico. Soprattutto nel partito maggiore, il Pdl. Che chiamare "partito" è, in effetti, un azzardo. Fin qui, infatti, non risulta che FI e AN abbiano celebrato un congresso di scioglimento e di riunificazione. E dubitiamo seriamente che ciò possa effettivamente avvenire senza conseguenze. Vista la ben diversa consistenza organizzativa e ideologica dei soci fondatori. Infine e anzitutto: non riusciamo a credere che un´area segmentata da identità tanto distinte e forti, come il centrodestra, possa accettare, di nuovo, questa rappresentanza monopersonale e monocratica. Candidati alla successione, da Tremonti a Fini; leader dall´orgoglio irriducibile, come Umberto Bossi: a far da coro all´ennesimo monologo. Recitato da lui. Pardon: Lui. Silvio I, II e anche III. Impegnato a scrivere l´agenda politica e di governo. In base alle proprie urgenze e ai propri crucci. Quanto fondati e giustificati, non importa. Quel che conta è che oggi immigrazione, sicurezza, Robin-tax e Ici sono postille a un programma che ha un solo argomento, una sola priorità: la questione giudiziaria, che tiene al centro i processi ancora aperti contro Berlusconi. In seconda battuta: le televisioni. Con l´esigenza di salvaguardare l´intera piattaforma di Mediaset da ogni minaccia che giunga dal diritto comunitario, oltre che nazionale. Il centrodestra, così, rischia di ridursi all´ennesima versione del Partito Personale di Berlusconi. Il seguito di FI, allargato, per inclusione, ad altre correnti, più o meno autonome: An, la Lega, Mpa. Difficile che tutto ciò possa durare a lungo senza strappi. Anche se queste tensioni, al momento, risultano poco evidenti agli elettori. Tuttavia, è indubbio che questa maggioranza e questo governo stiano fornendo ragioni e materie intorno a cui fare opposizione. Per questo appaiono singolari i dolori del giovane Pd, questo partito appena nato, dopo una lunga gestazione. Ma ancora alla ricerca di una missione; e, nel frattempo, di una "via all´Opposizione". Forse perché frenato dall´opzione del Dialogo, utilizzata, in campagna elettorale, per segnare la rottura rispetto al passato. Per spezzare il filo con l´eredità ingombrante dell´Unione di Prodi. Tuttavia, il dialogo è possibile quando esistono un vocabolario comune, regole e convenzioni condivise. Ma se la battaglia personale del premier contro i "giudici rivoluzionari" crea disagio nel centrodestra, figurarsi nel centrosinistra. Eppure è palese come oggi Berlusconi continui a scrivere l´agenda politica del Paese. Della sua maggioranza, ma anche dell´opposizione. Tanto da aver trasferito la sua "vera" opposizione fuori dal Parlamento e perfino dalla politica. L´ha sostituita con i magistrati. Con quelle istituzioni non elettive che non accettano il voto popolare. (Il presidente della Repubblica, per esempio). Ma pretendono di limitarne il potere. Non è casuale la crescita dei consensi all´Idv. A sua volta un partito personale. La LDP: Lista Di Pietro. Presunta e pretesa rappresentazione dei magistrati. In quanto tale, anch´essa icona del (l´anti) berlusconismo. In Parlamento, d´altronde, i numeri mettono la maggioranza al riparo da ogni possibile rischio. Mentre il percorso del Pd ci sembra incerto. Il "partito" appare in difficoltà nella società e sul territorio. Dove i volontari e i sostenitori appassionati (sono ancora tanti) assistono a dibattiti che li appassionano poco: sulla questione cattolica, sulla collocazione europea (con il Pse o con chi?). Disorientati (e forse irritati) da un dibattito politico esile, ma crudo. Attraversato da polemiche di vertice e divisioni correntizie. Fra modello personale (Veltroni), post-socialista (D´Alema) e unionista (Parisi). Il Pd: per comunicare la rottura del dialogo - agli avversari e agli amici - minaccia manifestazioni di piazza. Dopo le ferie. Meglio sarebbe, forse, dedicarsi alla costruzione del partito: come rappresentanza, organizzazione e identità. Per il bene dei suoi elettori (delusi, non rassegnati); e per il bene della democrazia - perché non c´è democrazia senza opposizione "politica". Il Pd dialoghi con la società e con i suoi elettori, prima che con il Cavaliere. Tenti di spiegare, con chiarezza: chi è, cosa vuole, quali valori e quali interessi esprime. Quale identità lo sostenga. Per dare senso alla traversata nel deserto, che i suoi elettori sono disposti ad affrontare. (Ne hanno passate tante, nel corso degli anni). Ma a condizione di conoscere cosa c´è "oltre". Al di qua e al di là di Berlusconi.

"Berlusconi gioca sulla pelle dell´Italia dialogo sepolto, ora sarà battaglia"

DOMENICA, 29 GIUGNO 2008

LA REPUBBLICA
29 Giugno


L'intervista a Veltroni di Massimo Giannini


Onorevole Veltroni, da cosa nasce questo suo allarme?
«La crisi ha origini antiche. Ma oggi quello che sconcerta è il capovolgimento delle priorità. L´Italia vive la condizione più drammatica dal dopoguerra. Siamo in piena stagnazione. I consumi crollano: quelli finali sono a -2,3%, a -4% nel Mezzogiorno. Per la prima volta siamo passati dal 6,4 al 7,1% nel tasso di disoccupazione. La produttività è -0,2%, il Pil ristagna al +0,1%. Il Paese è fermo».
Ma è fermo da anni.
«Sì, ma ora si sommano due circostanze. La prima è la sconcertante manovra del governo. Ora che sale la nebbia degli spot, finalmente viene fuori la realtà. C´è una prima novità, devastante: le tasse aumentano, dello 0,2% nel 2010. E nonostante la promessa elettorale sul calo della pressione fiscale sotto il 40% del Pil, nel 2013 arriverà al 42,9%. Poi c´è la seconda notizia, non meno clamorosa: l´esito della famosa Robin Hood Tax. Dei 5 miliardi presi sa quanto va alla famosa carta per i poveri? 290 milioni di euro quest´anno, 17 l´anno prossimo e 17 l´anno successivo. Briciole. Nel frattempo, aumentano di circa 300 euro le spese nelle famiglie: 180 euro per benzina gas e luce, 100 euro per i generi alimentari. Poi c´è una terza notizia: si riduce la spesa per gli investimenti, 10 miliardi in meno da qui al 2011. Vogliono dare le armi ai vigili urbani, vogliono mettere i vigilantes, ma intanto riducono le spese per gli straordinari delle forze di sicurezza: 800 milioni in meno per la polizia, 800 milioni in meno per i carabinieri, e tagliano 150 mila persone nella scuola. Ecco l´Italia vera: sull´orlo del precipizio».
Segretario, non la vede un po´ troppo nera?
«Niente affatto. Questa è la fotografia del Paese, attraversato da impoverimento, insicurezza e paura. E la nostra destra che fa? Chiede le impronte dei bambini rom, una cosa che solo a sentirla fa venire i brividi. Vara una manovra che truffa i cittadini. Inventa il reato di immigrazione clandestina, che il premier definisce impraticabile dopo aver firmato il ddl che lo contiene. Inventa la bufala dei mutui, che costa 13 mila euro in più a famiglia. Mette in scena la farsa dei rifiuti, con Bossi e Calderoli che chiedono alle Regioni di prendere i rifiuti. Perché non l´hanno chiesto prima? Anche i rifiuti sono diventati merce elettorale? E infine rilancia le leggi ad personam. Questo, alla fine, genera un´inquietante caduta dello spirito pubblico. Nel momento più drammatico della storia italiana, di cosa stiamo parlando dall´inizio della legislatura? Del decreto per Rete4, della norma sposta-processi, del Lodo Schifani. Lo trovo intollerabile».
Sul Lodo Schifani o Alfano qual è la valutazione del Pd?
«Non do valutazioni finché c´è di mezzo quell´emendamento al decreto sulla sicurezza. Se non si stralcia la norma blocca-processi, non discutiamo del resto. Dopodichè, sul Lodo io chiedo: è la priorità di un´Italia che non sa come arrivare alla fine del mese? E poi aggiungo: c´è bisogno di disciplinare questo tema adesso, in modo così scandalosamente segnato dalla preoccupazione contingente di una delle 4 cariche istituzionali, che vuole una norma per sé e non una norma per la democrazia? E quale principio stabiliamo: un´alta carica dello Stato, che poi magari diventa un´altra alta carica dello Stato, può compiere qualsiasi tipo di reato senza essere perseguibile per un tempo illimitato? No, a tutto questo io dico no. Se c´è un´esigenza di garanzia generale, allora studiamo pure una norma. Ma intanto come disegno di legge costituzionale, e poi la facciamo scattare dalla prossima legislatura. Così si fa, nelle democrazie europee».
Quindi su questo in Parlamento sarà battaglia?
«Sarà battaglia su questo, ma sarà battaglia su tutto. Noi vogliamo combattere per ristabilire una gerarchia delle priorità. Qui di urgente non ci sono i decreti salva-processi del premier, ma i disagi di milioni di italiani. Per questo voglio la grande manifestazione d´autunno».
Di Pietro, dal quale siete sempre più divisi, obietta: se c´è davvero l´emergenza democratica, è ridicolo aspettare l´autunno.
«Ho parlato dell´autunno perché su alcune questioni sociali, che Di Pietro non sa neanche dove stiano di casa, sarà quello il momento più critico. Detto questo non mi spaventa avere idee diverse su come fare opposizione. Io non vivo col problema che c´è uno che urla più di me, perché sono un riformista e so che per un riformista c´è sempre uno che urla più di te. Ma so anche che quelle urla poi si perdono nell´aria. E so che quelli che alla fine cambiano davvero le cose sono i riformisti. Vivere con la paura del nemico a sinistra è qualcosa di cui ci dobbiamo liberare per sempre».
Ma di fronte a Berlusconi che continua a bastonarvi ha senso continuare a restare appesi al «dialogo», come fosse la nuova ideologia della legislatura?
«Lei ha ragione. Il dialogo ha senso solo se dà risultati concreti. Secondo un sondaggio Ipsos, il 71% degli italiani è favorevole al dialogo tra maggioranza e opposizione, purchè risolva i problemi. È questo, oggi, che è venuto meno. Berlusconi, alla Camera il primo giorno, ha parlato di un clima nuovo nei rapporti tra maggioranza e opposizione. Io prudentemente risposi "vedremo se alle parole corrisponderanno i fatti". Oggi rivendico la giustezza di quella scelta: pensi che regalo sarebbe stato per Berlusconi, se di fronte alle sue aperture l´opposizione avesse detto: no, io con te non ci parlo perché sei Berlusconi. Sarebbe stato il suo alibi perfetto. Invece noi abbiamo detto: se c´è la disponibilità a fare riforme istituzionali nell´interesse del paese noi siamo pronti. Nessuno può dire che noi abbiamo avuto un atteggiamento pregiudiziale. Ma proprio per questo oggi possiamo avere la libertà totale di dare i giudizi più severi sull´operato del premier».
Ma in queste condizioni ha ancora senso, il dialogo?
«No. In queste condizioni il dialogo è finito. È finito perché loro non sono in grado di votare un presidente della commissione di vigilanza se non facendo trattative che noi non facciamo. È finito perché loro sanno procedere solo per strappi, come hanno fatto sulla giustizia. È finito perché Berlusconi è tornato ad essere ciò che è...».
Il Caimano?
«Non ho mai dato giudizi personali e continuo a non darli. Mi limito a osservare che il modo in cui Berlusconi ha condotto la campagna elettorale, e poi le cose che ha detto in Parlamento, e poi quelle che sta facendo ora, sono una somma di doppiezze, indistinguibili e inconciliabili. E sono una somma zero per il Paese».
Lei boccia legittimamente il governo, ma parla come se nel Pd fossero tutte rose e fiori. In realtà, dalla sconfitta del 13 aprile, non le pare che siate usciti confusi, sfibrati, divisi?
«Ho già detto che la sconfitta c´è stata, ed è stata dura. Ma oggi, a chi accusa dall´interno il gruppo dirigente, rispondo citando Roberto D´Alimonte sul "Sole 24 Ore". Il risultato delle elezioni non poteva essere un punto d´arrivo, ma solo un punto di partenza. Come tale, è stato tutto sommato un buon risultato, ottenuto in condizioni difficili, su cui si può costruire con pazienza, intelligenza e umiltà. Invece quello che appare oggi è un partito ripiegato su se stesso. Eppure, rispetto alle elezioni che avevamo vinto per modo di dire nel 2006, al Senato noi siamo cresciuti del 6%, alla Camera del 2%. Abbiamo il 34% dei voti, cioè siamo agli stessi livelli del Labour in Inghilterra, dell´Spd in Germania, dei socialdemocratici in Svezia».
Verissimo. Ma il Pd resta minoranza nel Paese. E ora oscilla paurosamente sulle alleanze.
«Sa perché abbiamo preso quel 34%? Perché siamo andati liberi, ed è una scelta di cui mi piace assumermi fino in fondo la responsabilità. L´Unione era un´esperienza finita, forse già prima del voto del 2006. Oggi c´è qualcuno che ha nostalgia con quelle riunioni di maggioranza con tredici partiti? Se c´è lo dica, si faccia avanti».
C´è chi le obietta: andare da soli non vuol dire coltivare il mito dell´autosufficienza.
«Questo è un vizio da vecchia politica politicante: attribuire agli altri una posizione che non hanno, per poi poter polemizzare. Io non sono contro le alleanze a priori, ma ho sempre detto, e lo ripeto oggi, che l´alleanza si fa sui programmi, sulle scelte concrete. Quindi, dalla sinistra radicale a Casini, va bene tutto quello che è convergenza di programma. Ma ferma restando l´idea di fondo: mai più l´unione, che è la principale contraddizione rispetto all´Ulivo. Mai più partiti di lotta e di governo. Quella roba il Paese non la sopporta più».
Sia sincero. Non coglie segnali di malessere dentro il Pd? Ci sarà un motivo se "Europa" definisce l´ultima assemblea costituente «un funerale di prima classe»?
«Un segnale di malessere è il fatto che la nostra gente non è contenta di vedere che nel Pd si vanno costruendo recinti e steccati che non dovrebbero esistere. Abbiamo convocato per la terza volta in sei mesi un congresso, perché quando un´assemblea costituente riunisce 2800 persone è come fosse un congresso. Ditemi: quale partito italiano o europeo ha una vita democratica di questa dimensione? E perché la stessa critica non viene fatta ad An, o a Forza Italia? Non si dovevano sciogliere nel Popolo della libertà? La nostra forza, la forza del Pd, sta nell´essere capaci di riconoscere un pluralismo interno di idee, non di strutture. Un pluralismo di contributi intellettuali e di valori, non di casematte organizzate».
La dica pure, la parola maledetta: correnti. Le Fondazioni non sono correnti? La dalemiana Red non è una corrente?
«Non lo so, non me ne occupo. Io non faccio correnti, perché la mia unica "corrente" è il popolo del Pd, sono quei 3 milioni e mezzo di cittadini che hanno votato alle primarie».
E di Parisi che la invita a dimettersi cosa mi dice?
«Ho stima intellettuale per Parisi. Ma provo nei suoi confronti una delusione umana. Mi sarebbe molto piaciuto che estraesse il suo dardo fiammeggiante nel momento in cui Prodi dopo la vittoria del 2006 fu assediato dai partiti, che lo costrinsero a fare un governo di cento persone. Allora mi sarebbe piaciuto che Arturo si alzasse in piedi e dicesse "se è così io non ci sto". Ma non l´ha detto».
Nel Pd c´è chi dice: se vanno male le europee del 2009 Veltroni è finito. E c´è persino chi pensa che lei potrebbe crollare prima. Cosa risponde?
«Rispondo che fa sempre più rumore un albero che cade, piuttosto che la foresta che cresce. Io mi occupo di far crescere la foresta. Gli altri, se vogliono, si occupino se di logorare me e il Pd in previsione delle europee. Io farò il contrario. Lavorerò per preparare, fin dal prossimo autunno, l´alternativa forte e credibile a un governo che sta portando l´Italia al collasso. La luna di miele tra Berlusconi e il Paese sta finendo. Tocca a noi proporre alla gente un´altra idea dell´Italia».

domenica 22 giugno 2008

"Non c´è alternativa a Walter ma accetti la sfida del congresso"


La Repubblica
DOMENICA, 22 GIUGNO 2008


Correnti oligarchiche

Si può vincere anche al Nord. Ma oggi la composizione sociale dei nostri elettori è drammatica
Esistono correnti oligarchiche e altre che hanno referenti nella società. Nel partito ci sono solo le prime

GOFFREDO DE MARCHIS
ROMA - Non c´era nemmeno lui, nell´assemblea dei tanti vuoti in sala. «Facevo il sindaco. Qualcuno fa politica, a qualcun altro tocca portare la croce», dice con un pizzico di sarcasmo Massimo Cacciari, primo cittadino di Venezia. Ma la sua assenza non significa che anche lui spara contro il segretario del Pd Walter Veltroni, ne contesta la linea, il dialogo con Berlusconi, la leadership. «Io spero che duri a lungo, non vedo alternative. Però torni a decidere, come ha fatto in campagna elettorale. Vada a un congresso su mozioni contrapposte. A gennaio, non dopo le Europee». Parisi sintetizza: «Dopo gli elettori, sono scappati anche i delegati». È così? «C´è un rischio di disaffezione e di demoralizzazione. Non tanto per il risultato elettorale che secondo me non è del tutto negativo. Ma il Pd non ha riflettuto abbastanza su questo voto». Rottura consensuale con la sinistra, disponibilità verso il Cavaliere, governo ombra... «Ma questo non c´entra un bel niente. Le elezioni dimostrano che non siamo riusciti a convincere della bontà riformista del nostro progetto e non siamo riusciti a superare quello che Ilvo Diamanti chiama il muro di Arcore. La composizione sociale del nostro elettorato è drammatica. Noi perdiamo nelle nuove professioni, nei ceti produttivi, negli operai. Vinciamo un po´ qua e un po´ là, ma i settori dove siamo maggioranza sono insegnanti e professori, aristocrazia operaia, pensionati. E tanti giovani, vero. Ma il dato interessante è che questi smettono di votarci quando finiscono di studiare e cominciano a lavorare. Noi, tra chi lavora, quasi non esistiamo. Eppoi, il Nord: è una questione immensa». Lei ha il pallino del Nord. Ma il Pd paga pegno dappertutto, basta vedere i dati della Sicilia. «Il Nord è decisivo. Qui servono linea e struttura del partito. Abbiamo bisogno, ripeto, del Pd federale sennò non saremo mai credibili in zone dove la Lega si muove come sindacato del territorio. Al Nord non servono proconsoli del potere romano, ma dirigenti locali che non si occupino solo di organigrammi. Io qui sono avvertito come un cane sciolto e in politica da soli non si fa niente». Ma un partito demoralizzato come reagisce alla sconfitta? «La delusione totale è sbagliata. Semmai direi che Veltroni ha suscitato fin troppe illusioni nella campagna elettorale: era scontato che perdessimo. Il fallimento del governo Prodi si è rivelato pesantissimo e noi lo abbiamo scontato così come abbiamo scontato il rodaggio. Ma un partito che si afferma ben oltre il 30 per cento, che prende più voti della somma di Ds e Dl ottiene un risultato buono da cui partire. Il punto è che non si parte. Anche al Nord puoi vincere. Lo ha fatto Variati a Vicenza. E sa che succede nel Pd? Qualcuno gli dà del no global. A Variati, che è un democristiano doc. Ma andiamo». Oggi il Pd è sotto il 30 per cento, come dicono i sondaggi? «Sì, non c´è dubbio. Guardiamo la Sicilia. Ma non solo. In Sardegna abbiamo perso clamorosamente in comuni dove si vinceva da 10 generazioni. E glielo dico adesso: lì perderemo anche le regionali del prossimo anno perché governa uno con la puzza sotto il naso che non ha capito che il traino è la piccola impresa, il capitalismo personale, non la grande industria». Allora Veltroni dura poco. «Io spero che duri a lungo, non vedo alternative. A me non interessa che abbia l´appoggio dei gruppi dirigenti, ma dell´elettorato. Deve dividere, deve decidere. Come prima del voto quando ha detto: andiamo da soli. Non vorrei rivedere il film della Bolognina: scelta coraggiosa ma gestita in modo compromissorio. Sarebbe la rovina. Perché sei andato da solo se non continui a decidere? Poi non ci si può lamentare che vengano fuori quelli dell´Ulivo, delle vecchie alleanze... Bisogna scommettere sulle scelte e pagheranno. Veltroni organizzi un congresso con mozioni contrapposte, da fare a gennaio. Altrimenti dopo le Europee le correnti lo impallinano». Le correnti sono il male assoluto? «Vanno benissimo quando si misurano sulla vita reale. Se invece servono discutere del ritorno di Prodi o dell´alleanza con Rifondazione allora fanno casino e gratificano solo gli pesudocapi. Esiste un gioco di correnti oligarchico e un altro che ha referenti sociali. Oggi nel Pd c´è solo il primo».
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sabato 21 giugno 2008













Oggi abbiamo lo strumento, abbiamo cominciato ad avere idee e linguaggi. Ma dobbiamo fare un bagno di umiltà, immergerci nella società, recuperare il gusto della condivisione della vita reale delle persone. “Farci popolo”, come una grande forza riformista deve saper fare. Non una èlite di professionisti della politica, ma una comunità immersa nelle tensioni, nelle ansie, nelle speranze della società di cui è parte. Se sarà così sarà il Partito Democratico. Altrimenti non sarà. Ma sarà così. Walter Veltroni.(Leggi il testo integrale della relazione)
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20 giugno 2008 - Articolo
Eletto il Collegio Sindacale del Partito Democratico
20 giugno 2008 - Articolo
La Direzione Nazionale votata dall'Assemblea
20 giugno 2008 - Flash news
Approvata lista dei membri della direzione nazionale Ore 18.36
20 giugno 2008 - Flash news
Veltroni: "Il PD è il nostro approdo. Siamo democratici, basta essere ex di qualcosa" Ore 18.29
20 giugno 2008 - Flash news
Veltroni: "Il Paese deve percepire in noi l'alterità a questo governo" Ore 18.24
20 giugno 2008 - Flash news
Veltroni: "Dobbiamo stare dentro il Paese e farci popolo" Ore 18.19
20 giugno 2008 - Flash news
Veltroni: "Siamo persone leali, che hanno senso delle istituzioni e dello Stato" Ore 18.15
20 giugno 2008 - Flash news
Veltroni: "Non accetto giudizi da chi ha lasciato il Paese con un buco di 30 miliardi" Ore 18.13
20 giugno 2008 - Flash news
Veltroni: "La destra fa precipitare il paese nel passato" Ore 18.11
20 giugno 2008 - Flash news
Veltroni: "Faremo opposizione ma non torneremo al passato" Ore 18.08
20 giugno 2008 - Flash news
Veltroni: "Il PD è l'Ulivo del '96 che si fa partito" Ore 18.05
20 giugno 2008 - Flash news
Veltroni: "C'è grande condivisione sull'approdo raggiunto" Ore 18.03
20 giugno 2008 - Flash news
Follini: "L'incubo de l'Unione non può ripetersi" Ore 18.00
20 giugno 2008 - Flash news
Gawronski: "Stiamo attraversando una crisi della democrazia" Ore 17.48
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venerdì 20 giugno 2008

«Qualche correzione si farà L'Ulivo? Con noi rivive»




Corriere della Sera
2008-06-20
Giorgio Tonini
ROMA — Oggi, all'assemblea costituente del Pd, Giorgio Tonini, cattolico e veltroniano di ferro, difenderà a spada tratta la linea del «suo» segretario. E la scelta di rafforzare l'identità del partito, nonostante la sconfitta alle Politiche.Insomma, nessun tradimento della linea ulivista, che ormai non pochi denunciano? «Non capisco chi dice queste cose. È vero, durante la campagna elettorale abbiamo accentuato la polemica tra il Pd e il resto dell'ex Unione, ma non abbiamo mai detto che la nostra formazione era un'altra cosa rispetto all'Ulivo. Anzi, credo che, distinguendoci in modo aperto dalla sinistra massimalista, abbiamo difeso l'originaria idea ulivista».E chi rimprovera l'abbandono di quelle larghe alleanze portate avanti da Prodi?«Occorre considerare anche l'altra faccia della medaglia, che è sotto gli occhi di tutti: per due volte Prodi ha vinto, ma per due volte è stato messo in crisi proprio dalla sinistra radicale. Ecco perché con quei partiti abbiamo deciso un divorzio unilaterale». Insomma, «è vero che abbiamo perso e che c'è bisogno di qualche correzione, ma dobbiamo tenere duro e difendere le nostre scelte con fermezza. Basta pensare ad un solo fatto: è la prima volta che in Italia una fusione tra due soggetti porta più voti di quanti gli stessi partiti ne avevano da soli».

«Se il partito continua così dopo le Europee morirà»


Corriere della Sera

2008-06-20
Gregorio Gitti
Il Pd con le Europee del 2009 rischia di toccare il fondo. E il pericolo che muoia è sempre più concreto».Alla vigilia dell'assemblea, Gregorio Gitti, tra i fondatori del Pd, lancia un grido di allarme.Perché «la fase costituente sta durando troppo», perché «c'è un problema di identità politica e di legittimità statutaria».Ma soprattutto perché «in assenza di una classe dirigente il progetto illanguidisce.L'elemento più grave dell'ultima campagna elettorale è stato l'uso della cooptazione.Che crea un difetto di rappresentatività dei partiti». Gitti non è ancora iscritto al partito: «Deciderò se farlo solo quando ci sarà il regolamento, che invochiamo da mesi. E intanto i militanti sono già in fuga». L'elenco di proposte da fare è lungo ma, sostiene Gitti, «se avessi un potere di stabilire l'agenda del Pd ne farei una sola: il collegio uninominale, meccanismo virtuoso che porterebbe a rinnovare la classe dirigente, uscendo dalla cooptazione». Sulle Fondazioni Gitti sostiene che si tratta di «contributi positivi per il partito». Quanto a Romano Prodi, dimissionario, e ai tentativi di farlo desistere, spiega: «È un dibattito che non mi appassiona. Si tratta della scelta personale di un uomo generoso e competente. Chiedergli di restare sarebbe come coprirsi con una foglia di fico, un'icona mediatica. Il Pd deve aprire con coraggio una stagione di rinnovamento».

martedì 17 giugno 2008

http://ilprimocerchio.blogspot.com
Ecco in versione integrale il commento di cui è uscita il 15 giugno un’ampia sintesi sul “Tirreno
TOCCA PRENDERLA DI PETTO

Il mio commento al voto ha corso molto sulle ali del web e mi ha fatto giungere messaggi da molti giovani amici, in prevalenza toscani ma un po’ da dovunque, che si interrogano sul futuro del Pd.
Le domande
Sono sempre gli stessi, perché non ci consultano? L’apparato è inamovibile? Perché si parla di scissione? Sollecitano ai propri dirigenti risposte che non arrivano. Mi permetto allora di intervenire di nuovo.
Avete ragione
Avete ragione, ma così tanta ragione che l'unica conclusione a cui si può giungere è che il partito del "popolo delle primarie", il partito del "si può fare", il partito del nuovo, della ragionevolezza e della speranza, allo stato, ha fallito e, forse, se non ci saranno scosse radicali, è destinato al peggio. O a sopravvivere per inerzia.
I molti perché
I perché sono molti, stanno a Roma, ma stanno anche in ognuna delle sedi territoriali e delle teste dei dirigenti dei due partiti d’origine che frequentano una contraddizione insanabile tra il dire e il fare. Ci sono mille esempi (mercoledì scorso sul Corriere, Galli Della Loggia ne fa uno – che riprenderò), molti anche nei nostri pressi.
Domande
Alle vostre domande che contengono una qualche salutare ingenuità vorrei aggiungerne altre. Chi ha deciso chi fossero i candidati sindaci? Come? Chi ha deciso chi fossero i candidati al parlamento? Come? Chi ha deciso quali fossero le alleanze sui territori? Come? Oltre a non aver consultato nessuno, vi risulta che - di questo - qualcuno sia stato almeno informato prima? A me no. Chi ha deciso i programmi locali di governo? Chi ha messo la sicurezza al primo posto in termini così scriteriati e perentori? C'è stato un assalto all'arma bianca dei rom e me lo sono perso? C'è stata un'assemblea generale e me la sono persa?
Io iscritto?
Per fare una cosa nuova bisogna essere nuovi o, almeno, produrre nuove idee. Accreditare correnti e correntine, lobbies da due soldi come è avvenuto ovunque (a Roma, a Venezia, a Taranto, a Pisa eccetera eccetera eccetera) è semplicemente il contrario di quel che andava fatto. Ma è stato fatto, e ora? Ora solo un cedimento strutturale o un sussulto possono rimediare a una situazione che sembra l'ultimo baluardo di una resistenza conservatrice destinata comunque a soccombere. C'è un'altra possibilità che sta prendendo piede (D'Alema ha dichiarato: "Io iscritto al PD? Non mi risulta. Sono un simpatizzante, diciamo"): ognuno torna a casa propria.
Se ci fosse Obama
Scelta sciagurata ma meno ipocrita, forse, di questo limbo dove si galleggia tra poltrone, poltroncine e municipalizzate. Dove ognuno pensa a rivendicare per sé e i suoi. Dove si ha un concetto di proprietà di un partito che era nato per cancellare quel concetto. Dove chi dissente o interroga è un nemico animato da chissà quali reconditi fini. Dove, comunque, il dialogo, il confronto, sono aboliti. Qualcuno mi ha scritto: “ci vorrebbe Barack Obama”, e si è risposto che con queste teste, con queste regole (le firme, le appartenenze, le quote, i tempi), avrebbe difficoltà a candidarsi al consiglio comunale di Lamporecchio.
La casta siamo noi
Il ceto politico (materialmente lo stesso da decenni) che ci ha portato fin qui galleggia nel proprio brodo, si autoriproduce o si ricambia solo con delle controfigure cooptate e perciò conniventi (i "giovani dirigenti" spesso non sono migliori, anzi). Avete traccia di persone nuove (davvero) in qualche anfratto della nomenclatura cittadina, regionale, nazionale? La famosa casta - lo avevo già scritto - è identificata nei politici del centrosinistra, gli altri sono ritenuti altro dagli elettori.
Incorreggibili
Come avrete capito sono radicalmente pessimista. Non vedo circolare lo straccio di un'idea. Non vedo possibilità di cambiare. Vedo, invece, un governo che acquisisce meritatamente popolarità con scelte (per ora annunciate, è vero, ma almeno annunciate), alcune anche giuste, che la nostra storica propensione al litigio e alla mediazione al ribasso ci ha impedito di compiere. La situazione e i suoi responsabili sono incorreggibili, siamo spacciati e per molti anni.Che fare?Se continua così, la pietra tombale verrà dagli esiti delle prossime elezioni amministrative.
Che fare, dunque?
Sciolti direi. Chi, come me, ha frequentato questa speranza vivendola come un’ultima spiaggia, ha un'età per cui non è pensabile che possa progettare qualcosa che vedrà realizzato, si metterà il cuore in pace e, dalla finestra, guarderà, spero, qualcuno di voi che, forte di un'altra età, smetta di fare domande e prenda l'iniziativa. Proponendosi esponendosi.
Proponetevi
Perché dobbiamo pensare sempre che il problema è altro da noi? Che qualcuno ci deve rendere conto? Che noi siamo i buoni e ci basta questa consapevolezza, intima e narcisistica, e qualcun altro ci debba - addirittura - questo riconoscimento? Le risposte che aspettate non ve le darà nessuno, provate a prendervele. Lo spazio è poco ma il mugugno è altissimo e molto molto diffuso. Il perché di quel che è avvenuto, anche in Toscana, sta anche nel fatto che pochi - se non certi vecchi arnesi che gridavano come Sansone - hanno compiuto questa scelta. Per pudore, per pigrizia, per conformismo, per pavidità, per calcolo. Perché ci hanno fatto credere che le regole del gioco fossero quelle.
Uccidere il padre
Della Loggia conclude il suo ragionamento dicendo che bisogna uccidere il padre (il vecchio apparato) e poi procedere a una selezione dei nuovi senza criteri di provenienza, ha ragione. Mescolarsi a partire dal merito, aggiungo io. Solo voi, però, potete farlo. Se fosse avvenuto, qui e altrove, le cose non sarebbero andate così. Lì sta la speranza. Lo so è difficile, faticoso, crudele forse, ma quella è la via. Prenderla di petto. L'alternativa è il lamento perpetuo. Un mio amico diceva: "Se non hai una soluzione fai parte del problema", mi è sempre sembrato un grande insegnamento e un ottimo motivo per averlo amico.
[ripensandoci] di Davide Guadagni

sabato 14 giugno 2008

Il "Peccato Originale" di un Partito fantasma

Da "Famiglia Cristiana" del 15-06-2008
Cliccare sull'immagine per ingrandire

Berlinguer, nel ricordo vive la sua lezione 24 anni dopo l'addio




« Se i giovani si organizzano, si impadroniscono di ogni ramo del sapere e lottano con i lavoratori e gli oppressi, non c'è scampo per un vecchio ordine fondato sul privilegio e sull'ingiustizia. »




Sandro Pertini, trasportando il feretro di Enrico Berlinguer,: "Lo porto via come un amico fraterno, come un figlio, come un compagno di lotta".



2008-06-14

15:26
Pd: nasce 'Sinistra per Paese'
Battesimo con Crucianelli e Nerozzi, presto una fondazione
(ANSA) - ROMA, 14 GIU - Nel Pd nasce una nuova associazione con l'ambizione di diventare una fondazione. Si chiama 'Sinistra per il paese'. La nuova 'creatura' e' stata tenuta oggi a battesimo, a Roma, da Famiano Crucianelli e Paolo Nerozzi con la prospettiva di un progetto comune con 'A sinistra', l'area nata per le primarie e diventata poi associazione. 'Pensiamo ad una sinistra protagonista -spiegano i promotori- non animata da uno spirito correntizio, ma dalla volonta' di produrre idee'.

La Sinistra senza ideologia

La Repubblica
07-06-08,
NADIA URBINATI
Se chiediamo a un elettore del Pdl le ragioni del suo voto, non avremo difficoltà a comprendere che tra le sue idee e quelle espresse dai ministri e rappresentanti del Pdl esiste una forte sintonia. Comunque giudichiamo quelle idee, è indubbio che la coalizione che ha vinto le elezioni ha un linguaggio ideologico strutturato e un nucleo di valori riconoscibili a chi li condivide e agli altri. La sua forza sta proprio qui, nel fatto di avere un peso che non è solo numerico. Sembra che da questa parte dello spettro politico la ricomposizione dei partiti nel dopo-1992 sia avvenuta e la transizione verso un nuovo assetto di valori e di soggetti politici si sia conclusa. Lo stesso non si può dire della parte sinistra. A sinistra, la transizione è ancora in corso o probabilmente appena cominciata. La contro-prova? Se chiediamo a un elettore del Pd le ragioni del suo voto non ci vorrà molto a comprendere che, a parte la sacrosanta ragione "contro", manca tra lui e i suoi rappresentanti una comunanza di linguaggio e soprattutto comuni valori o punti di riferimento che valgano a orientare i giudizi politici. Anzi, su questioni centrali come la sicurezza e l' immigrazione, le idee dell' elettore Pd non paiono così diverse da quelle degli elettori del Pdl, salvo essere più moderate e meno populistiche (la qual cosa è comunque apprezzabile). Lo stesso si può dire della sinistra che siede in Parlamento, la cui agenda politica consiste di fatto in un' azione di aggiustamento delle posizioni della destra, per moderarne il tono più che invertirne la tendenza. Il centro-sinistra, e il Pd come suo partito più rilevante, sembra mancare di un' autonoma visione di società giusta o desiderabile, di un linguaggio o un nucleo di valori riconoscibili ai propri sostenitori e agli avversari. E c' è seriamente da dubitare che gli elettori del Pd comprendano o si identifichino sempre con ciò che i loro rappresentanti di volta in volta dicono o fanno. La sinistra è afona perché è vuota di idealità, ed è vuota di idealità anche perché ha sottovalutato (e continua a sottovalutare) il ruolo dell' ideologia nella democrazia rappresentativa. Per anni abbiamo letto della fine delle ideologie come di un segno di avanzamento della razionalità politica e della modernità (un' espressione ripetuta ad nauseam) - abbiamo appreso che l' ideologia denota fideismo e un' identificazione quasi-religiosa, fattori che sono di ostacolo alla formazione di un giudizio politico spassionato e imparziale. è interessante osservare come l' appello alla politica come imparzialità abbia avuto successo essenzialmente solo a sinistra. Molta parte delle stessa teoria politica, quella liberale non meno di quella democratica, ha contribuito a questo scivolamento normativista della politica, coltivando l' idea, sbagliata, che gli elettori che si recano alle urne siano come i giudici che siedono in tribunale: che lascino a casa opinioni, passioni e interessi per avvalersi solo di una razionalità imparziale. Ma i cittadini (e i loro rappresentanti) non sono come i giudici né come i tecnici o gli amministratori di un' azienda. La ragione del giudice e quella della politica deliberativa non sono forme identiche di giudizio, anche se è desiderabile che il cittadino democratico sappia riconoscerne la differenza. Indubbiamente le ideologie dei partiti di massa che hanno contribuito a ricostruire le democrazie nel dopoguerra sono definitivamente tramontate e con esse anche quel tipo religioso di ideologia. Ma l' ideologia non è solo fideismo mentre, d' altro canto, non è tramontato il bisogno di ideologia proprio perché le esperienze, le frustrazioni e le speranze che ci portiamo dietro quando andiamo (o non andiamo) a votare hanno bisogno di essere legate in un discorso compiuto che ci consenta di trascendere la nostra esperienza personale per riconoscerci come parte di un progetto pubblico più vasto e per riconoscere i nostri rappresentanti. Un popolo di elettori dissociati non è per se stesso capace di iniziativa politica. Ma una democrazia rappresentativa non è una folla di elettori dissociati come atomi, bensì una collettività di cittadini capaci di iniziativa politica, di giudizio e azione critica. L' iniziativa politica si avvale di un discorso compiuto nel quale gli attori (le idee e i loro portatori) devono poter essere riconoscibili per essere scelti e valutati. Ecco perché le democrazie rappresentative hanno un bisogno strutturale di ideologia. Hanno bisogno di punti di riferimento simbolici o ideali che consentano di raccogliere in unità i nostri interessi concreti e le nostre singole opinioni, distinguendoli da quelli di altri. è semplicemente insensato pensare che la democrazia possa esistere senza ideologie. Insensato e assurdo perché se davvero noi votassimo per candidati con i quali non ci sono legami ideali, non potremmo neppure operare alcun controllo indiretto su di loro, né quindi giudicarne l' operato a fine mandato. Senza una politica delle idee non c' è posto per il mandato politico. La destra ha compreso molto più velocemente e meglio della sinistra la necessità dell' ideologia e si è mostrata capace di usarla sia come insopportabile adesione fideistica sia, e questo è più interessante, come linguaggio etico: il discorso della compassione e della benevolenza come correttivo del mercato, della critica comunitaria del "mercatismo" globale per dirla con il ministro Giulio Tremonti è, mi faceva giustamente notare un amico, l' unico discorso ideologico oggi in circolazione in Italia, l' unico punto di riferimento capace di orientare l' agire politico. Per quanto riguarda la sinistra, da anni essa sembra mossa da una logica autolesionistica improntata alla sistematica volontà di recidere legami ideali e infine sopprimere anche i luoghi di aggregazione. Scomparse le sezioni dei partiti, scomparso l' associazionismo politico che non sia solo militanza elettorale, si è ora pensato bene di mettere in questione (con l' intenzione di cambiarne il nome) anche un tradizionale appuntamento annuale di lavoro aggregativo come le feste dell' Unità. A chi giova? Una classe politica che non ha legami stabili e simbolici con il territorio e i suoi elettori non è soltanto un ceto politico autoreferenziale, ma anche una classe politica meno controllabile, il segno di una preoccupante trasformazione oligarchica.

domenica 8 giugno 2008

Il Pd soffocato dalle segreterie

Corriere della Sera
FILIPPO ANDREATTA
NUOVO PARTITO, ANTICHI MALI
La brillante campagna elettorale di Veltroni e un risultato per il Pd sostanzialmente in linea con quello dell'Ulivo alle elezioni precedenti hanno forse mascherato l'entità della sua sconfitta.
In primo luogo, secondo le più autorevoli analisi sui flussi elettorali (quale quella dell'Istituto Cattaneo) il Pd avrebbe ricevuto almeno un milione di voti dalla sinistra radicale, il che significa che altrettanti elettori sono stati perduti verso il centro, la destra o il non voto. Lungi dall'aver sedotto l'elettorato moderato, il Pd ha quindi visto il proprio consenso scendere sensibilmente proprio tra quegli elettori che intendeva maggiormente attrarre. In secondo luogo, il Pd si trova drammaticamente a corto di alleati.
L'alleanza Pd-Idv è di quasi 3 milioni di voti sotto a quella tra Pdl, Lega e Mpa, che può potenzialmente estendersi alla Destra e alla lista Ferrara (più di un milione di voti) ed eventualmente all'Udc (2 milioni di voti). In assenza di una fantasia simile a quella che ha creato l'originale Ulivo del 1996 dopo la sconfitta dei «progressisti» di Occhetto, sembra difficile che il Pd e i suoi attuali alleati riescano a battere il centrodestra in tempi brevi, con il rischio di un nuovo «bipolarismo imperfetto» e una «vocazione minoritaria» per il centrosinistra.Il Pd non è stato in grado di superare la fatidica «quota 12 milioni» di voti (raggiunta dalle sue componenti fondatrici nel 1996 e nel 2006, sfiorata nel 2001, e curiosamente simile, anche per distribuzione territoriale, al numero di voti del Pci al suo apice nel 1976) e difficilmente potrà «sfondare» la quota di consensi che proveniva in dote dai partiti che sono confluiti nel Pd in assenza di innovazioni radicali.Le ragioni delle difficoltà sono molteplici, ma una tra la più importanti è il modo «vecchio» nel quale viene selezionato il suo ceto politico. Non è quindi una sorpresa che il numero di voti sia rimasto sostanzialmente in linea con quello del passato, vista la giustificata diffidenza dell'elettorato verso un gruppo dirigente che in larga misura è sopravvissuto a quattro trasformazioni (Pci-Pds-Ds-Pd in un caso, Dc-Ppi-Margherita-Pd nell'altro).
Il Pd è un partito ancora nostalgicamente dominato, come i partiti di massa del ‘900, dalle segreterie (nazionale, regionali e provinciali) e non dai leader istituzionali (che in alcuni casi eccezionali possono ambire a un certo dualismo), isolando le gerarchie dai risultati elettorali e rendendo estremamente difficile l'ingresso di esterni ai vertici dei vari livelli. Un individuo che non appartenesse alla «casta», infatti, difficilmente sarebbe interessato ad abbandonare la propria occupazione per candidarsi a primarie per una posizione di segretario di partito. Anche se decidesse di tentare, sarebbe poi svantaggiato dal fatto che le reti di conoscenze estranee alla politica difficilmente coincidono con i livelli territoriali provinciali e regionali (troppo ampi per persone «note» in città e troppo piccole per persone con visibilità nazionale).
Proprio per questo le elezioni dei segretari locali sono raramente contestate. Per quanto appena nato, il Pd non è quindi per nulla immune all'ondata di professionalizzazione della politica che ha investito la seconda Repubblica, consentendo al ceto politico dei partiti fondatori di sopravvivere, e dominare, al suo interno. Questo crea un problema di credibilità che è destinato a frenare il suo successo elettorale. Con quale credibilità, infatti, si può proporre un segretario a rappresentare il Pd quando ha già rappresentato un partito diverso? E invece la stragrande maggioranza dei segretari del Pd proviene proprio dalle fila dei segretari di Ds e Margherita.
E' forse proprio per questo motivo che quello di cui il Pd avrebbe avuto bisogno è stato accuratamente evitato. Le primarie avrebbero infatti avuto molto più senso, attivando nuove risorse e nuovi potenziali dirigenti, se fossero state tenute per i candidati al parlamento. Si è scelto invece di assecondare una delle peggiori norme contenute nell'attuale sistema elettorale — denominato non a caso Porcellum — che prevede la presentazione di liste bloccate da parte dei partiti.I deputati e i senatori del Pd sono «nominati» invece che «eletti» e questo riduce drasticamente le probabilità di un ricambio della classe dirigente, rafforzando la partitocrazia.A parte qualche cooptazione ampiamente discussa sui giornali (che con poche eccezioni hanno coinvolto persone scarsamente politicizzate o già interne al ceto politico di Ds e Margherita) non si vede come, guardando al suo gruppo parlamentare o leggendo le cronache dei regolamenti di conti tra le sue correnti sul giornale, il Pd proietti un'immagine diversa dalla «fusione fredda» delle nomenklature dei partiti fondatori. Si è quindi utilizzata un'idea innovativa (quella di un partito all'«americana») per rilegittimare vizi antichi e tipicamente «italiani», invece che per innescare quel processo di cambiamento radicale che i cittadini chiedevano.
Questo cinismo, che può a volte rasentare l'ipocrisia, ha senz'altro contribuito, come è stato osservato in tempi non sospetti mesi prima delle elezioni, ad allontanare molti elettori dal Pd, nonostante il sincero calore ed entusiasmo che avevano caratterizzato i suoi albori.
Il periodo di (lunga) opposizione che si prefigura per il Pd può forse essere l'ultima occasione se si vuole evitare l'ennesima rifondazione di un partito «seminuovo» a ogni legislatura.
Questo richiede soprattutto che l'attuale leadership resista alla tentazione di sopravvivere in sella a tutti i costi fino alle prossime elezioni nonostante la sconfitta, che comporterebbe necessariamente un compromesso con gli attuali gruppi dirigenti.
La leadership del Pd potrebbe quindi svolgere il suo mandato costituente priva di condizionamenti, dedicandosi con tutte le energie al varo di un partito veramente nuovo, combattendo una volta per tutte i vizi del passato e offrendo agli elettori di centrosinistra, e all'intero Paese, una forza politica all'altezza delle sfide che attendono l'Italia.

giovedì 5 giugno 2008

Attenti, c’è un male che sta minando la società livornese

IL TIRRENO
4 giugno

I recenti fatti di cronaca che hanno interessato la nostra città devono essere letti al di là delle situazioni specifiche e contingenti che li hanno prodotti (o che si presume possano averli prodotti). Mi pare evidente che essi interrogano la nostra comunità civile ponendo domande pressanti e ineludibili su quale messaggio complessivo da essi deve essere tratto, per ricercare risposte tempestive ed adeguate. Vi sono due ambiti diversi: da un lato ipotesi di reati nella gestione di fondi pubblici ed un sistema di corruzione che coinvolge anche il mondo imprenditoriale; dall’altro fatti di sangue che hanno ad origine questioni economiche per lo più legate a giri di scommesse o di giochi. Si tratta di cose assai diverse, com’è evidente: ma accomunate da una percezione comune di come esista una “questione morale” (per riprendere la celebre espressione di Berlinguer) che investe fortemente la nostra città, ed alla quale non si è voluto sin qui guardare con la forza e la determinazione richiesta. Chi pensa ancora oggi che la vecchia anima livornese, fatta di solidarietà e rispetto degli altri, di capacità di sapersi accontentare di ciò che si ha ma anche di rispetto delle regole e della legalità, di un tessuto sociale sostanzialmente omogeneo e protettivo, nel quale la sicurezza non ha bisogno delle forze dell’ordine perché garantita dal contesto sociale, ebbene forse deve guardarsi intorno e rendersi conto che così oggi non è più. Né vale cercare di limitare gli episodi emersi a deviazioni personali se non anche a questioni politiche (come il tentativo di ridurre la vicenda Porto2000 ad una faccenda di gestione distorta che non avrebbe alcuna connessione con la realtà vera della città); così come non può valere ridurre episodi di cronaca nera a questioni familiari, o pensare che il problema del gioco d’azzardo sia ascrivibile unicamente alla dimensione ludica di ciascuna persona. C’è un “male” che sta minando la comunità livornese, quel tessuto sociale che ha retto negli anni e che ha consentito di considerarci una città tranquilla e dove si vive bene, dove si può uscire di casa la sera senza problemi ma anche poter contare sull’altro sapendo di non rimanere delusi. Ci stiamo forse allineando ad altre città che consideravamo “diverse”, nella convinzione che ciò che accadeva là non poteva riguardarci da vicino? Di fronte a questo non vedo in giro la consapevolezza necessaria da parte della nostra “classe dirigente”: forte mi pare piuttosto la tendenza a minimizzare, limitare i fenomeni, continuare a considerarli corpi estranei rispetto alla nostra coscienza collettiva. Spero di sbagliare io, ma non vorrei che a un certo punto ci risvegliassimo dal sogno dovendo guardare in faccia una situazione a quel punto non più raddrizzabile.
Emanuele Rossi

mercoledì 4 giugno 2008

La Bisteccopoli dei Marta boys così affonda Genova la rossa

LA REPUBBLICA

30 Giugno
Dalla Curia alla sinistra, il declino della Lanterna
Uno scandalo da recessione, con mazzette da 5000 euro nemmeno date ma promesse
Sotto accusa i giovani rampanti che circondavano il sindaco nella sfida elettorale
Ma il filone più consistente riguarda Profiti, "pezzo grosso" del Vaticano

CURZIO MALTESE
GENOVA - Uno scandalo da quattro soldi sta facendo crollare il «muro di Genova», l´ultima roccaforte rossa d´Italia. E´ una tangentopoli da recessione, con mazzette da cinquemila euro neppure date ma promesse in cambio di altre promesse di appalti. Soldi pochi, vergogna tanta. Perché si parla di mense scolastiche, perché butta fango sull´album di famiglia della sinistra genovese e perché nel suo piccolo è una storia che racconta dei grandi problemi del Paese. La miseria del nuovo ceto politico, prima mediocre che corrotto. Il regolamento di conti a sinistra fra gli ex compagni dei Ds, che ormai possono liberamente odiarsi nel Pd senza i vincoli della fedeltà di partito, come fanno da anni il sindaco di Genova Marta Vincenzi e il governatore della Liguria, Claudio Burlando. Infine, sullo sfondo, il collasso delle metropoli, pezzi d´Italia ormai ingovernabili, preda di guerre per bande. Ieri è toccato a Napoli, oggi a Genova. Le due più povere, le più fragili. La sola Genova conta debiti per un miliardo e 400 milioni, più o meno come l´Alitalia, 2.300 euro per abitante, compresi vecchi (tanti) e bambini (pochi). Ma domani la tempesta può arrivare a Roma, Torino, Milano, Firenze, Bologna. Cominciamo dalla storia vera, con i personaggi in carne e ossa e, si vedrà, dalla carne assai debole. Si tratta, fra l´altro, di una bisteccopoli. C´è un mercante di carni di Alessandria, Roberto Alessio, che vuole entrare «a tutti i costi» negli appalti scolastici genovesi. Siamo nella primavera del 2007, campagna elettorale per le comunali, con l´attuale sindaco Marta Vincenzi, pasionaria dei Ds, in corsa per la successione all´amatissimo sindaco Beppe Pericu. E qui entrano in scena i «Marta boys», i trentenni rampanti di cui la Vincenzi si circonda per vincere la sfida dentro la sinistra, prima ancora che contro la destra, all´insegna della novità, «discontinuità» dice lei, insomma il «largo ai giovani» nella città più vecchia d´Italia. La Marta magari ci crede davvero, a quei ragazzi figli di amici e compagni vuole bene. Nel discorso al consiglio comunale, a metà il sindaco scoppia a piangere: «Mi sento pugnalata alla schiena». I ragazzi (si fa per dire) ci credono molto meno. Se la tirano da staff elettorale all´americana, spendono e spandono, forzano sondaggi, vantano amicizie altolocate e pensano agli affari loro. Nella piccola banda dei «Marta boys» sono rappresentate democraticamente tutte le anime della sinistra. Il portavoce della Vincenzi, Paolo Francesca, è il classico neo rampante, cresciuto nella Fgci ma col mito del rampantismo craxiano. Agli esordi dalemiano e poi all´occorrenza veltroniano, infaticabile organizzatore di eventi pseudo culturali, prima a Pavia, dov´è inseguito dagli esposti dell´ex sindaco Elio Veltri per le spese faraoniche del cosiddetto «Festival dei Saperi», poi a Genova. Un tipo sveglio, con l´inevitabile società di consulenza («alla Velardi» spiega lui), la cartucciera di telefonini assortiti, i completi Dolce & Gabbana e l´aria del bon vivant. Accanto a lui c´è il compagno «no global», Massimiliano Morettini, ex dirigente dell´Arci e braccio destro di Agnoletto al Genoa Social Forum. Il terzo è Massimo Casagrande, l´anima moderata e bipartisan, figlio di operai divenuto a prezzo di sacrifici anche morali un avvocato della Genova bene. Tutti fra i trenta e i quaranta, con l´eccezione dello «zio Claudio», il sessantenne Fredazzoni, ex sindacalista dei camalli, l´«aristocrazia leninista» del porto, che oggi è l´unico ancora in galera, perché non parla, non racconta nulla ai magistrati. Come il «compagno G», il mitico Greganti. E´ l´affidabile Fedrazzoni, l´ex camallo, a tenere i rapporti con il mercante di carni Alessio e con il «pezzo grosso del Vaticano», il professor Pino Profiti, ex dirigente della Regione Liguria e consulente personale del segretario di stato vaticano, il cardinal Tarcisio Bertone. I «Marta boys» giocano a fare i padroni della città e, come quelli veri, la sera si ritrovano al ristorante «Europa», in galleria Mazzini, per decidere i destini della Lanterna. Tutti i giornali hanno raccontato questo rito del potere genovese. Ma loro i giornali non li leggono, i magistrati invece sì. Così i pm mandano i carabinieri a piazzare le microspie sotto i tavoli, li pizzicano uno per uno e li portano dentro. Le intercettazioni, centinaia di pagine, come usa oggi finiscono su Internet. Si tratta di smargiassate, millanterie, robetta di pretura che forse finirà in nulla o in prescrizione. «Anche queste cifre sono lo specchio della crisi economica di Genova», commenta a ragione Marta Vincenzi. Ma intanto, che schifo. A leggere le intercettazioni, sale la rabbia dei concittadini, le mani prudono. Soprattutto per chi conosce lo stato delle scuole genovesi. Tutte fuori dalle norme di sicurezza, molte fatiscenti, senza soldi neppure per i maestri di sostegno, con i genitori costretti a infilare la carta igienica negli zaini dei ragazzini. E questi che sanno tutto, da amministratori e pure da padri di figli piccoli, si mettono a speculare sulle mense dei bambini.Si capiscono le lacrime amare e pubbliche di Marta Vincenzi. Ancor più si comprende il dolore privato delle famiglie dei «traditori», brava gente di sinistra con un passato di militanza pura. Nel salotto del padre di Casagrande sono esibiti i cimeli di una vita da operaio: la medaglia ricevuta da bambino da Palmiro Togliatti per il volantinaggio dell´Unità, la foto del banchetto dello stoccafisso gestito per vent´anni alle feste di partito e la laurea in giurisprudenza del figlio. Il padre di Morettini è stato un eroe della rivolta del ‘60, con i morti in piazza, e poi un ingegnere licenziato dall´azienda per aver scioperato, unico impiegato, con gli operai. La politica per loro era impegno, ideali. Per i figli privilegiati, una merce in vendita a cinquemila euro. «E´ una storia di padri e figli e di mancata trasmissione di valori» dice il vecchio sindaco Beppe Pericu. «Non solo a sinistra, non solo a Genova. Anche fra gli imprenditori, i commercianti, la borghesia cittadina e italiana. Non condivido certi tratti di Marta Vincenzi, soprattutto il suo masochismo nel cercarsi conflitti non necessari. Ma capisco le sue difficoltà. Io discutevo con gruppi sociali organizzati, lei si trova a trattare con le tribù». La sinistra genovese si può consolare pensando che in fondo i veri scandali cittadini sono altri. Il più grave è quello del porto, dove l´inchiesta dei magistrati ha scoperchiato un «sistema di feudi medievali». Così lo definisce il nuovo presidente dell´autorità portuale di Genova, Luigi Merlo, succeduto al vecchio Giovanni Novi, travolto dallo scandalo insieme al leggendario Paride Batini, da mezzo secolo capo dei camalli. Nella stessa bisteccopoli ligure, il filone d´inchiesta vero e consistente riguarda gli appalti nell´Asl di Savona, dov´è coinvolto in prima persona il «pezzo grosso del Vaticano», il professor Giuseppe Profiti. Le cifre infatti sono ben altre. Qui il mercante Alessio avrebbe confessato di aver pagato mazzette di 200 mila euro, non le briciole genovesi. Profiti è oggi presidente dell´ospedale romano del Bambin Gesù, equivale a ministro della Sanità del Vaticano, ed è braccio destro amministrativo del cardinal Bertone, il cui nome ricorre cinquanta volte nelle intercettazioni. Il Vaticano l´ha difeso come nessun altro indagato dai tempi di Marcinkus. La sala stampa ha emesso subito un comunicato di totale solidarietà e piena fiducia. Il personale del Bambin Gesù, di proprietà vaticana, ha letteralmente chiuso i cancelli in faccia ai finanzieri inviati dai pm per perquisire l´ufficio del presidente. «Questo è suolo vaticano, se volete perquisire la stanza del professor Profiti occorre la richiesta dal ministro degli Esteri». Benedetto XVI in persona, nella visita in Liguria, ha abbracciato in pubblico Profiti, in pieno scandalo, e l´ha salutato come un amico: «Ci vediamo presto a Roma». L´atteggiamento della Chiesa ha scandalizzato perfino don Gianni Baget Bozzo: «Forse anche la Chiesa, come la sinistra genovese, dovrebbe cominciare a riflettere su certi disinvolti affari». Per il resto, la più lucida testa della destra genovese non ha dubbi: «Questo scandalo è una ricaduta della guerra fra la Vincenzi e Burlando, a sua volta effetto del regolamento di conti a sinistra in atto in tutto il Paese, da Napoli a Genova a Roma. Nel vecchio Pci, fino ai Ds, qualcuno li avrebbe fermati, ma nel Pd nessuno ha la forza o l´autorità per dire: basta. Il risultato è che a Genova il sistema di potere della sinistra è finito. Se si votasse domani, la destra vincerebbe a mani basse. Ma non si voterà, perché la destra non ha un progetto, culturalmente non esiste e non sarebbe in grado di governare. Si limita a fare da spettatrice del disastro degli avversari e della città».

lunedì 2 giugno 2008

Salvatore Nasca ha scritto:


Riporto sul tema delle primarie un mio intervento pubblicato su "Il Corriere" a fine febbraio, ma a mio avviso sempre attuale
Alcuni articoli apparsi in questi giorni su “Il Tirreno” mi spingono a scrivere qualcosa sul tema della politica “buona e nuova”, che i cittadini reclamano e che il nuovo Partito Democratico dice di volersi prefiggere. Nella lettera di Marconcini, “Non sono ‘casta’ e mi dimetto”, il sindaco di Pontedera, per fugare ogni dubbio sulla sua moralità, dichiara di essersi dimesso da tutti gli enti (Ato, ecc.) cui ha fatto parte. La sua scelta appare lodevole, tanto più perché in Italia non è, purtroppo, la regola ma l’eccezione, ed evidenzia il rilievo, spesso trascurato, della dimensione etica in politica. Un aspetto di questo tema è proprio l’occupazione da parte dei politici di quasi tutta la vita sociale. Per cui oggi è frequente che primari, direttori generali, consiglieri di amministrazione di banche ed enti, ecc., vengano scelti sulla base delle appartenenze – amicizie politiche. Mesi fa anche a Livorno un segretario di partito della maggioranza ammise che questa è la prassi dominante, ma poi a questa assunzione di responsabilità non seguì nulla. È ormai riconosciuto da tutti, e non solo da Grillo e sondaggi, che i cittadini, anche e forse soprattutto quelli vicini al PD, sono sempre più sfiduciati e distanti dalla politica, in buona parte proprio perché stufi di questa occupazione di spazi, ed è perciò urgente che i politici, anche a livello locale, facciano scelte di rottura con il passato, come anche assicurato dallo stesso Veltroni.Una buona e nuova politica deve inoltre coniugare etica e partecipazione. E qui entra in scena il tema delle primarie, e fa piacere leggere sul giornale che Chiti abbia dichiarato la necessità di realizzare le primarie, “sempre e doppie”, e cioè non solo per la scelta di sindaco, presidente di provincia, ecc., ma anche per la selezione delle candidature. E Veltroni ha aggiunto la sua volontà che i candidati siano lavoratori, imprenditori, artigiani, ecc. Vorrei pertanto rivolgere due inviti agli eletti nei Circoli del PD, specie ai non professionisti della politica. Il primo, a far sentire la voce dei cittadini perché il partito appena nato adotti subito regole precise per il ridimensionamento degli spazi occupati dalla politica. Questo significa ritirare il più possibile i propri uomini dagli enti, ridurre numero di enti, consiglieri, indennità e gettoni di presenza, individuare sistemi nuovi affinché le nomine nei consigli di amministrazione avvengano non per spartizione politica ma su base professionale, dopo un ascolto dei cittadini e delle associazioni, affidandole a commissioni di esperti o, nei casi in cui ciò sia impossibile, utilizzando meccanismi trasparenti adatti a scegliere manager competenti (bandi pubblici, ecc.).Ed il secondo è l’invito a vigilare affinchè le primarie, non solo per le elezioni politiche, ma a Livorno in particolare per le prossime amministrative, e più in generale la scelta delle candidature (consigliere comunale, ecc.), siano fatte seriamente, e cioè abbandonando ogni logica di apparato e con un’attenta scelta delle candidature e delle procedure, in modo da dare uno spazio forte alla comunità civile ed alle sue forze più pulite e valide. Ciò significa privilegiare persone non solo, ovviamente, senza precedenti penali di alcun tipo, ma anche politicamente nuove, o almeno senza passati incarichi politici di rilievo, che siano sentite dai cittadini come realmente vicine ai problemi delle persone e delle famiglie, e che siano scelte sulla base della loro storia personale, professionale e sociale (stile di vita, credibilità, legalità, coerenza etica).In questo momento e contesto, sarebbe bene che il contributo a questo necessario rinnovamento da parte di chi ha un’esperienza politica forte sia proprio quello di spostarsi sullo sfondo e di promuovere l’ingresso di nuovi soggetti.Se si continuano, infatti, ad usare tante belle parole, ma i comportamenti concreti rimangono quelli di prima, allora, anche a Livorno, la sfiducia dei cittadini aumenterà e si farà, più prima che poi, e in un modo o in un altro, sentire. Se invece le scelte concrete vedranno un serio cambiamento nelle direzioni sopra dette, allora si può ancora sperare che tanti cittadini, finora delusi, possano continuare, o ritornare, a credere in una politica realmente al servizio della comunità, e non di altri interessi. E siamo convinti, in tanti, che, questo può diventare realtà, soprattutto partendo da un’unità forte prima di tutto tra coloro che credono sinceramente (e quindi vivono personalmente) in quei valori “etici” che possono e devono essere alla base di una politica “nuova e buona”.
Salvatore Nasca
Livorno

Il Che Guevara tatuato e il fascismo «percepito»



Corriere della Sera
2008-06-02
Particelle elementari
di Pierluigi Battista
E così, dopo il caldo percepito, dopo l'inflazione percepita, dopo l'insicurezza percepita, ora l'Italia pensosa che rilascia insindacabili passaporti culturali viene a scoprire l'ultimo fantasma: il fascismo percepito.Non importa che il capo della spedizione punitiva del Pigneto esibisca orgoglioso il tatuaggio del «Che» Guevara anziché la svastica. Egli resta pur sempre un fascista. Inconsapevole, ma fascista. A sua insaputa, ma fascista. Suo malgrado, ma fascista. Il fascismo essendo la sintesi comportamentale di un modo d'essere violento e sopraffattorio, chi mai si rifugiasse goffamente in emblemi di sinistra nel mentre sprofonda in cruente manifestazioni di violenza e sopraffazione, resterebbe comunque, in interiore homine, un fascista. Tempo fa Umberto Eco svelò l'esistenza dell'«Ur-fascismo», di un fascismo primigenio ed archetipico che di volta in volta (più di sovente nei dintorni di una vittoria elettorale della destra) si incarna proditoriamente in qualche passaggio cruciale della storia italiana. Oggi, calendario elettorale alla mano, è il tempo di una nuova reincarnazione dell'Ur-fascismo. Che si annida dove meno te lo aspetti. Che si camuffa, si nasconde, si acquatta nei chiaroscuri del nostro irredimibile carattere nazionale. Fino a scoprire che nel petto di chiunque agiti una spranga, maneggi una bottiglia incendiaria, si sfoghi nei raid di quartiere, palpita per sempre, e immancabilmente, un cuore nero. Un cuore Ur-fascista.E perciò, se il preside di Lettere della «Sapienza» romana viene assediato da gruppi di dimostranti che (con o senza tatuaggio del «Che») mai e poi mai si percepirebbero fascisti, nel Consiglio di facoltà prenderà la parola qualcuno, come Giulio Ferroni, per abbinare alla doverosa solidarietà nei confronti del collega Guido Pescosolido l'altrettanto doverosa e sempiterna fedeltà al carattere antifascista dell'Università. Ci mancherebbe. L'Ur-fascismo percepito, del resto, non è una creatura della storia ma il frutto impalpabile e atemporale di una psicologia luciferina e di un incurabile morbo della mente. A Luciano Canfora che sul nostro giornale riconduceva al fascismo ogni deplorevole inclinazione alla prepotenza violenta, Stenio Solinas chiede lumi: come definire allora le innumerevoli e atroci violenze di cui l'umanità si è macchiata nel corso dei millenni, fino alla fatidica data del 1922, quando in Italia il fascismo percepito si materializzò finalmente nel fascismo tout court? Già: quando nella storia si è manifestata la prima volta non la realtà, bensì la percezione del fascismo?Arduo affidarsi a un responso preciso. Anche perché i vapori del fascismo percepito stagnano grevi in qualcosa di indefinibile e di inafferrabile. Quante volte in questi giorni ci è capitato di leggere che la reviviscenza percepita della malattia Ur-fascista si alimenterebbe di un nebuloso «clima», di una minacciosa «atmosfera», di un imprendibile «umore» che dal giorno delle elezioni in qua starebbero avvelenando l'Italia? Ecco perché tutto diventa più ambiguo e indecifrabile. E un regolamento di conti nel cuore di una borgata romana finisce inesorabilmente per fascistizzarsi, fascistizzando addirittura la santa icona del povero e incolpevole «Che»: un «Che» Guevara percepito.
Si diffonde un nebuloso «clima», una minacciosa «atmosfera», un vago «umore»